L’aveva vista al
Dams, una ragazza carina come tante, niente di speciale, eppure il suo sguardo
triste e il volto silenzioso, un po’ sperduto tra quei corridoi antichi e
imbrattati di scritte, non gli erano sfuggiti. Avrebbe voluto avvicinarla,
parlarle, ma gli era mancata l’occasione o forse la volontà necessaria e si era
lasciato trascinare via dalle sue vecchie e care abitudini. Il gruppo di amici
non aspettava che lui e non poteva farli attendere.
Era la stessa storia di ogni giorno, si fingeva allegramente di occupare
il tempo studiando, in realtà ci si preparava per il grande evento, che li
aspettava la sera, immancabilmente, tutte le volte.
Si incontravano quasi sempre all’After Room, in pieno centro.
All’interno una fauna durissima, abbigliamenti e volti di un punk tirato a
lucido e un rock
fortissimo; tutt’intorno scaffali pieni di bottiglie di birra come in certe
osterie bolognesi e tanta gente che chiacchiera o che semplicemente beve senza
scambiare una sola parola con chi ha di fronte. Era il posto ideale per
scomparire o per combinare casini, a seconda di come buttava la serata; quella
era la sua vita, non gli piaceva un gran che, ma non ci poteva fare niente. E poi,
cambiare. E cosa ?
A volte ci aveva
pensato, sì, avrebbe voluto dare un taglio a quel girare a vuoto, ma poi gli
era sempre mancata l’occasione o meglio, non l’aveva neppure cercata; già,
bisogna sempre avere delle buone ragioni per cambiare e lui non ne aveva.
Alcuni giorni
dopo la incontrò ad un corso sul teatro d’avanguardia del Novecento e si fece
avanti. Lei veniva da Milano, ma non aveva nulla del grigiore di quella città.
Era ancora timida e riservata, come una ragazzina alle prime armi, però aveva
un carattere deciso, tenace, che non si faceva piegare dalle difficoltà e ne
aveva avute, tanto che aveva deciso di venire via da Milano e di iscriversi a
Bologna, al Dams.
Con lei le cose
filarono bene per qualche mese, poi come al solito, quella mania di mandare
all’aria ogni cosa, che non duri più di un attimo, rovinò tutto.
L’aveva vista
andare via, come un uccello ferito e non aveva detto una parola. Era stato uno
stupido, lo sapeva, ma non ci poteva fare niente, era nella sua natura non dare
eccessiva importanza alla sua vita. Ripiegò lentamente verso il centro, forse
avrebbe incontrato qualche amico e avrebbe dimenticato in fretta i suoi occhi
tristi, ma non era così e lo sapeva; era stato proprio uno stupido a lasciarla
andare.
Quella volta
all’After Room non c’era proprio con la testa e la finta allegria degli amici
non la reggeva più. Decise di rimorchiare qualcuna, ma neppure quell’idea lo
tirò su. Era proprio fatto, pensò, e prima di fare qualche sciocchezza, preferì
andar via.
L’aria fredda
della sera gli riempiva i polmoni, lentamente si sentiva ridestare alla vita.
Si avviò lungo i portici di via Zamboni, dirigendosi verso l’Università. I suoi
passi risuonavano sotto le volte in penombra, ma a un tratto una voce amica lo
chiamò dal buio, poi il volto di Luca emerse lentamente nella luce di un
fanale.
“ Come mai sei solo stasera e senza amici? Non è da
te “.
“ Non mi andava di finire la serata strafatto, come al
solito. “
“ Allora dimmi tutto, amico, vedo che la cosa è seria,
sei giunto al termine della corsa e non sai scendere, è così ? “
“ Non proprio, è che sto perdendo solo tempo e non capisco
più cosa ci sto a fare qui ! “
“ Te ne vuoi andare, ma davvero ! Quando tutto è ancora
intero, niente prezzi, niente bugie, niente schifo, è così ? “
“ No, non sono ancora a quel punto, forse non sono riusciti a
togliermi proprio tutto, qualcosa mi è rimasto. “
“ Cosa ? “
“ Due occhi tristi e un volto dall’aria un po’ smarrita,
nient’altro, ma credo che basti per iniziare.”
“ Sei proprio convinto ? Ho della buona roba, pulita,
rapida, efficace e non riserva mai brutte sorprese. Credimi. “
“ Basta di essere sempre in guerra con tutto e tutti, è
venuto il momento di smetterla !
Di vivere sul serio se ne sono capace. “
Lo guardò per
l’ultima volta. Ora i suoi occhi erano pieni di indifferenza, con un gesto
della mano lo salutò e tornò indietro. Una corsa alla stazione, ma Il treno era
già partito e lei non c’era più. Troppo tardi, pensò, mentre qualcosa dentro
stava franando: era il suo passato, il suo vecchio mondo, che scompariva senza
lasciare tracce, la sua esistenza che esplodeva nel vuoto e lui si ritrovava
solo su quella banchina della stazione di Bologna.
Che fare ?
Si guardò nelle tasche, come se cercasse la sua anima perduta da qualche parte,
poi saltò sul primo intercity per Milano. Era andato e anche se non sapeva dove
cercarla, l’avrebbe trovata lo stesso, ora ne era sicuro.
Il tramonto si
spegneva lentamente in quell’atmosfera lattiginosa densa di smog, che avvolgeva
Milano. Era lì da un bel po’ e le prime ombre della sera calavano già, quando
la vide arrivare all’inizio del viale. Si staccò dal muro e le andò incontro.
Non l’aveva visto, guardava distratta la strada e se lo trovò davanti
all’improvviso. La guardò come mai aveva fatto con nessuno e le disse :
“ Sono stato uno stupido a lasciarti andare, a non capire, e
forse è tardi per ricominciare, ma almeno voglio che tu non mi ricordi così. “
Lei lo guardò con
i suoi occhi tristi, intensi, gli sfiorò i capelli con la mano, poi un sorriso
le illuminò il viso e gli rispose :
“ Lo siamo un po’
tutti, crediamo di sapere cosa vogliamo e invece ci facciamo soltanto del male
perché è così difficile non sciupare quel po’ di bene che ci capita. “ Lo prese
dolcemente per mano e si avviarono nella sera.
25 - 28 aprile 1998
Franco D’Arco