Padroni della scena
ma senza futuro
Era autunno e i
ragazzi non stavano bene. Non sapevano più che dischi comprare. Gli hippies non
avevano cambiato niente. L’unica novità erano i casini allo stadio: si usciva
dai sobborghi e invece di guardare la partita ci si sprangava a vicenda. Così
per qualche ora noia, rabbia e incertezza non si facevano sentire. Intanto,
l’Inghilterra era strangolata dalla recessione. Dai tempi della guerra, la
disoccupazione non era mai stata così alta.
Novembre del 1975
a Londra nono è un gran mese, ma quel 7 novembre fu alla St Martin’s School of
Arts che avvenne qualcosa di memorabile, almeno nei territori sotterranei della
cultura giovanile: i Sex Pistols tennero il loro primo concerto. Poca roba,
solo dieci minuti perché qualcuno decise distaccare la spina. Ma bastarono quei
dieci minuti allucinati ed esplosivi per decretare la nascita ufficiale del
punk. Punk nel suo significato rimandava a qualcosa di putrido, miserabile,
lurido e ributtante. Così voleva apparire quella generazione con la cresta e
altri struggenti desideri di provocazione in testa, non perché fosse
particolarmente cattiva, ma perché il proletariato giovanile si ritrovava ai
margini, senza sogni da sognare, senza uno straccio di mito e senza la minima prospettiva.
Può sembrare
effimero che un movimento culturale nato come inconsapevole ribellione fosse
tanto concentrato sul look, sulla ossessiva e pedante ricerca degli abiti e dei
gadget più oltraggiosi, ma il rigido formalismo britannico andava combattuto
con una scompostezza altrettanto rigorosa. E poi sulla scena musicale non si
poteva più salire senza uni – formi: i punk scelsero la divisa lacera anarchica
e nichilista dei Sex Pistols perché, come diceva Malcom Mc Laren, astuto e
geniale artefice del loro successo, la politica è stile.
Se il referente politico culturale del punk era
l’Internazionale Situazionista, la moda a cui ispirarsi era quella anni
Cinquanta dei giubbotti in pelle nera dei teddy boys. Dopo le melensaggini
hippy tutte natura e buoni sentimenti tornavano la durezza e il brivido. La
plastica era monumentalizzata nella sua abiezione: se il mondo era diventato
una discarica e i ragazzi un di più cui non si sapeva dare né lavoro né
divertimento, tanto valeva creare dei vestiti con i sacchetti della spazzatura.
Le calze a rete nere strappate e le minigonne riciclate alla grande non erano
più strumento di seduzione ma semmai di tortura per guardoni che mai avrebbero
avuto il coraggio di abbordare quelle ragazze così perfide e selvagge. La
maglietta restava l’unico luogo dove potersi esprimere con messaggi tipo: “No
future”. Le chiusure lampo terminavano con una piccola sfera di metallo,
allusione alla palla al piede de carcerato e poi, le guance trafitte da spille
da balia o da lamette, testimonianze vistose di pulsioni autodistruttive.
Finalmente, i brutti, sporchi e cattivi non facevano nulla per farsi accettare.
Sputando compiaciuti per terra, accentuavano la loro sgradevolezza. Tanto li
avrebbero respinti lo stesso.
Con queste premesse
il movimento non era destinato a durare, in realtà non ne aveva nessuna
intenzione. Era un pugno nello stomaco, un vortice deciso a bloccarsi per
eccesso di velocità nel giro di due anni.
“Non
so quello che voglio Ma
so dove prenderlo
Voglio
distruggere Tutto quello che è stato
Perché
voglio essere l’Anarchia”
I Sex Pistols così cantavano nel primo 45 giri, Anarchy in Uk. Lo scontro con il vecchio regime musicale rock è
totale: infangare e distruggere tutto e tutti per imporre una nuova purezza,
una nuova moralità, una nuova cultura. Bruciare tutto alla massima velocità,
fino ad annientarsi. Nessun’ideologia, nessun alibi, nessuna certezza. Conta
solo la
confusione, la provocazione, lo scandalo e la tensione che si creano:
Noi siamo dentro il caos,
non
dentro la musica!
Dirà Rotten. E White Riot dei Clash diventerà l’inno più alto di
tutto il punk londinese (la prima volta che fu eseguita, al Raimbow, tutte le
sedie del locale vennero schiodate e lanciate sul palco, tranne le due file con
i dirigenti della Cbs).
Nel 1976 il
movimento dilaga, le punk band nascono a centinaia, sia dalle cantine, sia dai
casermoni popolari della periferia, dove il punk trova anche delle ragioni più
reali e politiche per radicarsi, saldandosi alla rabbia dei giovani disoccupati
e alla rivolta dei ghetti della gente di colore (soprattutto jamaicani).
“Ecco un accordo, ecco due accordi, ora formati un gruppo”,
scrive “Sniffin glue”, la più famosa punk – fanzine. Musica essenziale,
diretta, monotona, da dilettanti: voci urlanti e sgarrate, sbarramento di
chitarre tirate al massimo sugli acuti e basso distorto come le corde di un
ascensore. La tecnica non esiste più, come non esiste più il vecchio concetto di
spettacolo, di concerto, che anzi nelle loro mani si trasforma in un attentato
continuo alla legge e all’ordine. Aumentano le risse, i feriti, gli arresti, i
locali distrutti e chiusi. Ed aumentano anche i gruppi che ogni giorno vengono
messi al bando con divieto di esibirsi su tutto il territorio londinese: non
solo i Sex Pistols e i Clash, ma anche molti altri, Sham 69, Damned, ecc. Poi
nel 1977 il movimento raggiunge la sua punta più furiosa e l’inevitabile crisi.
Dopo l’assalto finale all’establishment del rock, molti dei protagonisti di
quella stagione arrivano velocemente alla fine. Alcuni, come i Pistols, sono
autoesplosi lontano dopo un terribile concerto a San Francisco e la morte per
droga di Sid Vicious. Solo i Clash resistono, gli unici in grado di garantire
un’idea anche politicamente accettabile ai loro desideri da strada, di
cambiamento e di successo. Gli unici che non si sono limitati a spazzar via le
vecchie regole e a far paura ai benpensanti, ma a preparare un futuro musicale
più eccitante e sorprendente, e insieme più disponibile alle storie vere della
realtà. E tuttavia anche per loro arriva la fesa dei conti, lo scioglimento
della band e la consegna delle armi ai padroni del mercato discografico e
dell’industria del divertimento.
Come nel finale
del film Rude boy, con quel saluto definitivo al termine della tournée, tutti
che spariscono di colpo e lui, Joe Strummer da solo, chiuso in uno studio col
respiro pesante, ad aggiungere la voce alle basi che gli altri gli hanno
lasciato: ”I fought the law, the law won”, ho combattuto la legge, la legge ha
vinto.