Il profumo della morte
|
|
I Misteri di Place Saint Moren La taverna della Maison – d’Or Ó Franco D’Arco, 15 gennaio - 2 febbraio 2008 Il pazzo di Rouen
Era una calda giornata estiva, l’aria immobile senza un filo
di vento, era particolarmente fastidiosa, sul Lungosenna di Rouen qualche
carrozza transitava velocemente. Un uomo a capo
scoperto e dai vestiti in disordine si aggirava apparentemente senza alcuna
meta sotto i platani del viale, che costeggiava il fiume. Era alto, di
bell’aspetto ma con i capelli arruffati sulla fronte, non aveva giacca, la
camicia una volta bianca era abbondantemente aperta sul petto e lacera in più
punti. Doveva essere probabilmente un militare, forse un ufficiale perché
calzava stivali di buon pregio, ma infangati e calzoni che un tempo dovevano
aver fatto parte di una divisa. L’uomo agitava la
mano destra davanti a sé, come se stesse indicando qualcosa o parlando con
qualcuno. forse era vittima di un colpo di sole, facile con quel caldo
estivo, oppure doveva essere in preda ai fumi dell’alcol, comunque, era
strano vedere a quell’ora deserta del giorno qualcuno gesticolare e
pronunciare parole sconclusionate e senza senso. Dopo un po’ l’uomo
imboccò rue D’Alambert e improvvisamente sbucò nella piazza principale di
Rouen. Le serrande dei negozi per la calura estiva erano abbassate e dai
bistrot, che davano sulla piazza non si sentiva anima viva. Tutto era fermo,
immobile, in quell’aria stagnante e afosa del pomeriggio. L’uomo parve
incerto sulla direzione da prendere, si guardava in giro, forse cercava
qualcosa, ma non la trovava, poi fece un salto, puntò il dito in un punto in
fondo alla piazza e vi si precipitò verso. Si arrestò davanti ad un grande
portone socchiuso, alzò gli occhi e sembrò impressionato dall’insegna, che lo
sovrastava: “Gendarmerie di Rouen”, c’era scritto. L’uomo spinse con tutte e
due le mani l’uscio ed entrò. Il buio e un senso
di frescura umida di uffici stantii lo avvolse. In fondo all’ampio corridoio
c’erano alcuni agenti, che giocavano a carte. Nel gabbiotto all’ingresso un
gendarme sonnecchiava con il capo appoggiato al palmo di una mano. L’uomo
s’infilò in una stanza. “Ehi tu, dove vai?” Aspetta!” esclamò uno dei poliziotti,
buttando le carte sul tavolino e balzando in piedi. L’uomo intanto era
ormai scomparso e già si udivano urla e schiamazzi provenire dall’interno
della stanza. Il poliziotto accorse trafelato. Quando entrò vide alcune sedie
rovesciate e il comandante della Gendarmeria, che cercava di calmare lo
sconosciuto, che continuava ad urlare e ad imprecare. Ad un tratto lo
scalmanato si buttò a terra e cominciò a dondolarsi avanti e indietro e così,
lentamente, sembrò calmarsi, poi si alzò e prese posto su l’unica sedia
scampata alla sua collera, si strinse la testa tra le mani e guardando fisso
il comandante gli urlò: “L’ha
uccisa!” “Chi? Chi
è stato ucciso? Si calmi, si calmi!” Cercava di dire il comandante, ma
l’altro alzava di più la voce e gesticolava convulsamente. “L’ha
uccisa vi ho detto! Perché non volete ascoltarmi?” ripeteva l’uomo con i
tratti del viso alterati da una collera scomposta. In quell’istante due
gendarmi l’afferrarono per le spalle e lo spinsero contro il muro. “Lasciatelo,
lasciatelo! E lei si calmi!”Ordinò il comandante. “Ora inizi tutto daccapo.” “Lei mi
crede, vero?” “Certo che
le credo, ma innanzitutto mi dica qual è il suo nome e cosa fa.” “Perché
vuole saperlo?” replicò l’uomo, agitandosi. “Stia calmo,
è solo una formalità. Lei è qui per denunciare un delitto, no?” “Sì.” “E allora
risponda e tu Gerard prendi nota di quanto dirà il signore. Allora?” L’uomo guardò fisso negli occhi il comandante e sembrò
pronunciare qualcosa, ma si udì solo un sordo gorgoglio, poi esclamò: “Non ce la faccio, non ricordo! Mi sforzo ma non riesco proprio
a rammentarmi chi sono, mi aiuti, la prego!” “Stia calmo, me lo dirà dopo, ora racconti quello che sa, poi
vedremo.” “Va bene. Allora, le dicevo della donna, sì, della donna, era
la moglie di un mio amico, che non vedevo da anni…” “Ebbene?” “Poi l’ho incontrato due giorni fa, anzi è stato lui a
fermarmi per strada, io non lo avevo neppure riconosciuto.” “Dove l’ha visto, se lo ricorda questo?” “Sul Lungosenna, sì, era di pomeriggio, io passeggiavo,
ricordo che avevo la mano sull’elsa della sciabola, mi dava un senso di
frescura in quella calura…” “È un militare?” “Non so, forse, altrimenti perché andavo in giro con una
sciabola?” “Continui.” “Mi sono sentito chiamare, mi sono voltato e davanti a me
c’era un uomo ancora giovane, ma con i capelli bianchi. Lo confesso, mi ha
fatto paura. Fu lui a presentarsi, io non lo avevo affatto riconosciuto.” “Chi era?” L’uomo abbassò gli
occhi, poi guardando il comandante, rispose con la voce rotta dall’emozione:
“Un amico, un caro amico di gioventù, ma non sembrava lui. Non so, quei
capelli, il viso sconvolto da un grande dolore e invecchiato terribilmente…” “Non ricorda il suo nome?” “No, anche sforzandomi non riesco proprio, però ora che mi fa
pensare, so dove abita.” “E dove?” “C’è una chiesa con un tozzo campanile in una piccola
piazzetta, al centro una fontana sormontata da un angelo con le ali
ripiegate, la sua casa è proprio lì di fronte.” “Place Saint Moren?” “Sì, se lo dice lei,
io non ricordo questo nome.” “Va bene, prosegua.” “Il mio amico mi parlò di qualcosa, ma non riesco proprio a
ricordarlo. Rammento solo una grande paura e un luogo alla fine di un bosco.
Vedo un castello in una radura e una stanza chiusa, chiusa da molto tempo.
Sento dolore, sofferenza, c’è un letto appena sfatto e un’impronta di gomito
su un guanciale, poi…” “E allora?” “Un sospiro alle mie spalle, io sto frugando nel cassetto di
uno scrittoio, ho delle carte in mano, forse sono delle lettere, e quel
sospiro alle mie spalle, che mi mette i brividi. Poi ricordo una donna,
pallida, vestita di bianco, con lunghi capelli corvini, che mi implorava,
voleva qualcosa da me e sangue, sangue, e io che correvo come un pazzo fino
al mio alloggio. Stavo impazzendo, forse lo sono per davvero, ma allo
specchio ho visto i capelli di quella donna sul petto del mio dolman, poi più
nulla. Ricordo solo che camminavo per strada sotto un sole cocente fino a
quando non ho visto l’insegna della Gendarmeria e sono entrato. Mi crede?” “Non so, è tutto così strano, confuso, comunque, davvero
qualcosa deve esserle accaduto e le prometto che lo scoprirò. Ora si beva un
sorso d’acqua, vedrà che dopo si sentirà meglio.” I Misteri di Place
Saint Moren
La piazza era come
l’aveva descritta l’uomo. Il comandante, guardandosi intorno, notò subito la
fontana con l’angelo e di fronte un palazzo antico, tetro, sul portone in
ferro battuto, riconobbe lo stemma dei conti di Nadar. Dentro non c’era
nessuno, le stanze grandi, dalle volte immense, sembravano abbandonate da
lungo tempo, ma in uno dei saloni di rappresentanza trovò una tavola
riccamente imbandita con i resti di una cena. Stava quasi per
andarsene, deluso e sfiduciato, quando uno dei gendarmi attirò la sua
attenzione sulla cenere di un caminetto, qualcosa di bianco brillava alla
pallida luce della lanterna, era un pezzo di carta in parte carbonizzato. Il
comandante portò il foglio davanti alla fiammella della lanterna e lesse
quanto c’era scritto, poi sollevando il capo, sorrise soddisfatto. Ora tutto
incominciava a prendere una forma più definita e quello che aveva ascoltato
finora forse non erano solo gli strani vagheggiamenti di un pazzo. Ma cosa
conosceva su quell’antico casato oltre alle leggende e alle oscure
superstizioni, che si raccontavano in giro, nient’altro. In città però c’era qualcuno,
che probabilmente sapeva molto di più sul loro conto e su ciò che era
accaduto a Rouen nei decenni addietro, il vecchio parroco della chiesa di
Saint Gelmin. “I conti di Nadar! È
da molto che qualcuno non mi chiede notizie su di loro. Cosa vuole sapere,
comandante?” “Innanzitutto padre mi parli del figlio del vecchio conte
Bérenger, ciò che sa di Etienne Nadar.” “Etienne è sempre stato un bravo figliolo, nonostante ciò che
si mormora sulla sua famiglia. “ “Perché cosa si racconta?” “Malignità, vecchi pregiudizi, cosa vuole che le dica e molta
cattiveria, addirittura che ai tempi del grande Terrore il padre avesse
venduto l’anima al diavolo pur di salvarsi. Capisce?” “Sì, sciocchezze, indubbiamente! Ma, mi stava parlando di
Etienne, continui, la prego.” “Bello, alto, intelligente e con la passione per l’arte, la
pittura, così lo ricordo. Il vecchio conte aveva una vera fissazione per quel
suo unico figliolo e temeva che l’amicizia con il giovane marchese de la Tour
– Samuel lo distogliesse dai suoi veri propositi, così quando il marchese
abbracciò con entusiasmo la carriera delle armi lui fu felice che i due si
separassero.” “E poi cosa avvenne?” chiese il comandante. “Bérenger morì improvvisamente lasciandogli un’immensa fortuna
e Etienne per il dolore decise di fare un lungo viaggio, ma al suo ritorno
era completamente cambiato. Venni a sapere che si era sposato poco dopo con
una fanciulla bellissima, però non fu fortunato, perché la poverina morì
alcuni mesi dopo il matrimonio e da allora del conte di Nadar non ho più
notizie.” “E del marchese de la Tour – Samuel cosa conosce, padre?” “So che ha fatto una buona carriera, nonostante la sua giovane
età, e che dopo anni è tornato qui nella sua città al comando del II
reggimento degli Ussari di Boulogne, purtroppo non ho altro da dirle.” “Ora però le devo chiedere quello che sa sul vecchio conte di
Nadar.” “Bérenger Nadar era molto odiato dai contadini del posto. Sa,
era un uomo molto all’antica e spietato con la gente del popolo. Quando
scoppiò la Rivoluzione a Parigi qui nelle campagne l’estate del 1789 fu
davvero terribile. La rabbia covata per secoli esplose furibonda e la plebe,
come bestie inferocite, diede la caccia a tutti i nobili, uccidendo,
bruciando e compiendo ogni sorta di violenza. L’unico castello che sfuggì
alla furia di quei diavoli fu quello di Camonge, il castello di Bérenger
Nadar.” “E come mai?” “Allora si mormorò che il
conte fosse sotto la protezione dei Beati Angeli, una misteriosa fratellanza,
che aveva le mani in pasta in ogni affare a Rouen e nella regione. Nessuno,
neppure i rivoluzionari volevano averli come nemici.” “Perché?” “Erano cosi potenti da conoscere i segreti di tante persone
influenti e per loro uccidere o far sparire qualcuno non era un problema,
anzi, si diceva che sapessero sempre tutto di tutti e che ricorressero alla
magia o a qualche altra diavoleria per sbarazzarsi degli avversari o di chi
malauguratamente li avesse ostacolati. La gente al solo sentire il loro nome
tremava dalla paura.” “E lei padre crede che Bérenger Nadar fosse davvero protetto
dai Beati Angeli?” “Sì! Era il primo nella lista di quelli che dovevano essere
uccisi, se non è morto qualcuno potente davvero doveva proteggerlo.” “Certo, il suo ragionamento è convincente, ma avrà dato una
fortuna in cambio della loro protezione e non mi sembra che il conte abbia
perso nulla del suo patrimonio. Allora, come lo spiega padre?” “Capisco le sue perplessità,
comandante, ma lei non conosce i Beati Angeli. Inizialmente essi erano una fratellanza al servizio dei
signori ma ben presto, approfittando della debolezza delle Autorità,
esercitarono un proprio potere basato solo sulla violenza e la sopraffazione.
E lei meglio di me dovrebbe sapere che la causa di questo tipo di fenomeni è
dovuta alla corruzione di chi ci governa e alla rapacità dei nobili. Una
volta entrati nella fratellanza non si può più uscire e ci sono segreti tali
che neppure la fantasia di un sacerdote è in grado di svelare. Il conte di
Nadar si è venduto a loro e da quel giorno la sua vita non è stata più la
stessa, mi creda, comandante.” “In che senso, padre?” “Una volta imboccata la via del male, non puoi tornare
indietro, devi andare fino in fondo, questo è il segreto dei Beati Angeli.“ “A cosa vuole alludere, padre?” “Alla morte, capisce ora?” “Sì, padre, ma quale segreto il vecchio conte di Nadar ha mai
potuto confidare ai Beati Angeli?”. “Forse quello stesso segreto custodito gelosamente per secoli
dalla sua famiglia.” “E lei lo conosce?” “No, ma un giorno in confessione venni a sapere fatti e
circostanze sconvolgenti, che non posso ovviamente rivelarle, però una cosa
le posso dire, comandante: i conti di Nadar traevano la loro fortuna da
qualcosa che un loro avo aveva trovato o che gli era stato donato alcuni
secoli fa.” “Non può proprio dirmi di più, padre?” “Forse ancora una cosa posso rivelarle senza tradire il
segreto a cui mi obbliga il mio ministero.” “Cosa?” “Il castello di Camonge, che da secoli appartiene ai conti di
Nadar, fu eretto due secoli fa sui ruderi di una vecchia abbazia. Si dice che
nell’antica cappella del monastero nel corso dei lavori, gli operai
scoprirono un nascondiglio nel suolo.” “Ah, e cosa vi si trovò dentro?” chiese il comandante. “Guardi, sono solo dicerie, superstizioni….” “Ma, allora perché me le racconta, padre?” “Forse perché c’è del vero in questa storia, anche se di
preciso non so cosa.” “Continui, dunque, mi dica quello che può, ogni elemento potrà
essermi utile, padre.” “Gli operai videro che si trattava di una sepoltura. Il conte
di Nadar bloccò i lavori fino a nuovo ordine e li mandò via. Da solo lavorò
la sera ed anche di notte nella cappella senza mai lasciare entrare nessuno.
Non si sa cosa facesse; alcuni dissero che aveva trovato una cripta con delle
reliquie, altri un tesoro. Qualche giorno dopo fece sigillare una lastra
sulla sepoltura e i lavori ripresero come se niente fosse successo. Da allora
i conti di Nadar divennero una delle famiglie più importanti e temute di
Francia. Non posso dirle altro, comandante.” “E dei Beati Angeli cos’altro sa, padre?” “Niente di più di quanto non gli abbia già confidato, ma torni
da me domani, forse potrò darle informazioni più precise su questa misteriosa
fratellanza, parlerò con il vecchio priore del convento dei Gerolimini, padre
Pascal, lui, che sa tante cose, sicuramente potrà dirmi di più sul loro
conto.” Un efferato delitto
Il giorno dopo il
comandante venne svegliato bruscamente da qualcuno che bussava
insistentemente alla porta della sua camera. Sentiva distintamente la voce
del brigadiere Gerard, che lo chiamava. Si alzò, non senza fatica, e andò ad
aprirgli. “Scusi per l’ora comandante, ma è successa una cosa terribile”
disse l’uomo evidentemente affaticato per aver fatto la scala di corsa. “Si segga, Gerard, prenda fiato e mi dica tutto con calma.” “Hanno ucciso il priore di un convento, stanotte.” “Chi?” “L’abate Pascal!” Quando il
comandante giunse sul luogo del delitto trovò i frati in preda ad una grande
agitazione. Il vecchio e stimato priore, l'abate Pascal, era stato torturato
ed ucciso selvaggiamente. Ma dalla sua cella non era stato sottratto nulla,
il corpo invece era stato portato al centro della stanza e tra le mani giunte
sul petto era stato rinvenuto un biglietto con scritto "Accogli o
Signore il tuo servo umilissimo". Infine, la porta della cella non
presentava segni di effrazione, quindi, il vecchio abate doveva conoscere
bene il suo assassino. Qualche ora dopo
un’altra sorpresa raggelò il povero comandante, Maurice Boudet, il vecchio
parroco della chiesa di Saint Gelmin era scomparso, sembrava svanito nel
nulla. Tuttavia anche se
ogni cosa faceva supporre che ci fosse un legame tra questa scomparsa e la
morte dell’abate Pascal, lui conosceva quel prete, era una brava persona, non
avrebbe mai potuto uccidere, quindi, doveva essergli successo qualcosa,
qualcosa di brutto e in quel momento pensò che il caso era troppo grande per
lui, un semplice comandante di Gendarmeria. Il castello
”Nella piazza da lei descritta, di fronte alla fontana c’è un
antico palazzo. Le dice niente il nome Nadar?” Il pazzo lo guardò
attentamente, uno strano tremore si era impadronito delle sue mani, ma
ugualmente rispose: “No, mi dispiace.
È importante?” chiese. “Faccia uno sforzo. Etienne Nadar non le dice proprio nulla?
Un tempo, a quanto ne so, dovevate
essere molto amici. I conti di Nadar, la passione per la pittura e…le belle
donne, allora?” L’altro lo
fissava, ma rimaneva in silenzio, un silenzio impenetrabile, poi
abbassando gli occhi, si guardò la
punta delle mani, erano livide, fredde, gelide. “Faccia uno sforzo!” insisté il comandante. L’uomo lo guardò
implorante, le labbra restarono chiuse, serrate, come se un sigillo nero vi
fosse calato sopra dal profondo delle tenebre. “Nel palazzo ho trovato un frammento di una lettera, le fiamme
hanno risparmiato ben poco, eppure c’è scritto un nome, quello del marchese
de la Tour – Samuel, il suo. Non è vero? Mi guardi quando le parlo, per dio!
Allora? Adesso mi dice tutto quello che sa, altrimenti finirà i suoi giorni
in una clinica per pazzi o peggio in galera.” “Va bene, sì, Etienne Nadar lo conosco e come lei ha detto io
sono il marchese de la Tour – Samuel. Ma mi deve credere, ho incominciato a
ricordare solo quando lei ha pronunciato quel nome.” “Voglio crederle, ma ora mi dice tutto quello che sa e dal
principio!” L’uomo, che
sembrava uscito da un lungo e tormentoso incubo, tirò indietro il capo e con
uno sforzo iniziò a raccontare, cercando di soffocare l’emozione che le sue
parole gli stavano procurando: “Qualche giorno fa, mentre passeggiavo sul Lungosenna,
incontrai un uomo che mi parve di riconoscere senza che riuscissi a
ricordarmi con precisione chi fosse. Feci istintivamente l’atto di
arrestarmi. Lo sconosciuto notò quel gesto, mi guardò e si gettò nelle mie
braccia. Era un amico di
giovinezza che io avevo prediletto. Non lo vedevo da cinque anni, e mi sembrò
invecchiato di mezzo secolo. I suoi capelli erano bianchi: camminava curvo,
come fosse affranto. Indovinò la mia sorpresa e mi raccontò la sua vita. Una
sciagura orrenda l’aveva spezzata. Innamoratosi
pazzamente di una giovinetta, l’aveva sposata come in un’estasi di felicità.
Dopo un anno di passione ella era morta improvvisamente per un attacco
cardiaco, uccisa senza dubbio dall’amore stesso. Egli aveva lasciato il suo
castello fin dal giorno della sepoltura, ed era venuto ad abitare nel suo
palazzo di Rouen, dove viveva solitario e disperato, distrutto dal dolore,
così misero che pensava ormai soltanto al suicidio. “Dal momento che ti ritrovo così” mi disse “ti pregherò di
rendermi un grande servizio. Vorrei che andassi a cercare nello scrittoio
della mia camera, della nostra camera, certe carte di cui ho urgente bisogno.
Non posso affidare questo compito ad un subalterno o ad un professionista,
perché devo essere certo di una discrezione impenetrabile e di un silenzio
assoluto. Dal canto mio, per nulla al mondo tornerò in quella casa. Ti darò
la chiave di quella camera ch’io stesso ho chiuso partendo, e la chiave della
scrivania. Ma vieni a cena da me, e riparleremo di ciò.” Gli promisi di
rendergli quel piccolo favore. La sera, alle nove, ero a casa sua. Cenammo,
soli; ma egli non disse venti parole. Mi pregò di scusarlo: il pensiero della
visita che avrei fatto in quella stanza dove giaceva la sua felicità lo
sconvolgeva: questo mi disse. Infatti, mi sembrava singolarmente agitato,
preoccupato, come se una lotta misteriosa si combattesse nel suo animo.
Infine mi spiegò esattamente quello che dovevo fare. Era cosa semplicissima. Si
trattava di prendere due pacchetti di lettere e un fascio di documenti chiusi
nel primo cassetto di destra del mobile di cui avevo la chiave. Soggiunse: “Non occorre che ti preghi di non leggerli.” Fui quasi offeso da quelle parole e glielo dissi piuttosto
vivacemente. Balbettò: “Scusami…soffro troppo.” E si mise a piangere. Il marchese de la
Tour – Samuel alzò il capo e, guardando il comandante negli occhi, si passò
una mano tra i capelli e tacque per alcuni interminabili secondi. “E ora cosa c’è?” chiese il comandante. “Niente, pensavo soltanto che forse per me era meglio prima
quando non ricordavo nulla o quasi.” “Continui, mi parli del castello di Camonge, dovrebbe trovarsi
a poche miglia da Rouen?” “Sì. Il castello è uno
di quegli edifici tetri e grandiosi insieme, che a volte capita di incontrare
lungo i più sperduti sentieri di campagna o sul limitar di un bosco. Stando
ad ogni apparenza, quando vi giunsi sembrava essere stato abbandonato da
vent’anni. C’ero già stato una volta diversi anni prima, da ragazzo, ma ora
era così diverso, tutto in rovina, abbandonato. Il cancello era
appena accostato e i cardini cigolarono quando io lo spinsi per entrare all’interno. L’erba aveva invaso i viali,
non si distinguevano neppure più quelle che erano state le aiuole. La ghiaia
del viottolo scricchiolava sotto gli zoccoli del mio cavallo e al rumore che
faceva, un vecchio uscì da una porta laterale e parve stupito di vedermi. Saltai a terra e
gli porsi la lettera. Egli la lesse e rilesse, la voltò e rivoltò, mi osservò
di sottecchi, se la mise in tasca e disse: “Ebbene, che cosa desiderate?” Risposi bruscamente: ”Dovreste saperlo, dal momento che quella lettera contiene gli
ordini del vostro padrone , voglio entrare nel castello?” Sembrava atterrito, dichiarò: “Dunque andrete nella sua camera?” Cominciavo a perdere la pazienza. “Perbacco! Ma avreste per
caso intenzione di farmi un interrogatorio?” Egli balbettò: “No… signore…ma…quella camera…non è più stata
aperta da… dopo la morte. Se volete aspettare cinque minuti andrò a vedere
se… se…” Lo interruppi, incollerito: “Ma insomma, vi burlate di me? Non potete certo entrarci, dal
momento che la chiave l’ho io.” Egli non sapeva più che dire. “Allora, signore, vi mostrerò la strada.” “Mostratemi la scala e lasciatemi solo la troverò anche senza
di voi.” “Sta bene, signore…però…” Sbottai inviperito: “Basta, insomma, o l’avrete a fare con
me.” Mi avviai per un lungo corridoio scuro,
stringendo nella tasca la chiave, attraversai alcune stanze, un vestibolo, le
porte erano tutte spalancate. Entrai nel grande vestibolo, salii la scala e
riconobbi la porta indicatami dall’amico. L’aprii senza sforzo ed entrai.” L’apparizione
“La stanza era
così scura che dapprima non vedevo nulla. Mi fermai, colpito da quell’odore
muffito e insipido proprio degli ambienti inabitati, morti. Poi, a poco a
poco, i miei occhi si abituarono all’oscurità, e vidi abbastanza
distintamente una grande camera in disordine, con un letto senza lenzuola, ma
con materassi e guanciali uno dei quali portava l’impronta profonda di un
gomito o di una testa quasi che qualcuno vi si fosse posato un momento prima.
Le sedie erano buttate qua e là alla rinfusa. Osservai che una porta – la
porta di un armadio, indubbiamente – era rimasta socchiusa. Andai dapprima
alla finestra per far luce, ma i ferri delle imposte erano talmente
rugginosi, che non riuscii a farli cedere in alcun modo, neppure con la
sciabola. Allora mi avvicinai allo scrittoio e confusamente notai in quella
oscurità un candeliere, che vi era appoggiato sopra, accesi l’unica candela
rimasta e scorsi nella vivida luce della fiammella un quadro che prima m'era
affatto sfuggito. Era il ritratto di
una fanciulla, tenera eppur rigogliosa, quasi donna ormai. Chiusi gli occhi,
turbato da quella visione. A fatica li riaprii, ma Il bagliore della candela
su quella tela rapidamente dissipò il sognante stupore, che mi aveva colto
prima e io ritornai di colpo alla lucidità del reale. Come opera d'arte,
nulla poteva essere più ammirevole di quel dipinto. Ma non era pensabile che
a destare in me un'impressione così immediata e violenta fosse stato l'alto
livello dell'esecuzione o la bellezza del viso. E ancor meno era accettabile
che la mia immaginazione, avesse scambiato quel volto per quello di una
persona viva. Ma poi riflettendo intensamente scoprii che la strana magia del
dipinto stava nell'espressione vivida, perfettamente fedele alla vita stessa
che mi lasciò dapprima sbalordito e infine confuso, soggiogato, sgomento. Allora, volsi lo sguardo allo
scrittoio, aprii il primo cassetto. Era pieno fino all’orlo di carte, ma con
un po’ di pazienza, rovistando, trovai quello che cercavo, tirai fuori i tre
plichi e in quell’istante sentii un fruscio alle mie spalle e avvertii un
lungo sospiro penoso emesso contro la mia spalla. Balzai in piedi,
spaventato. Una donna alta, vestita di bianco, mi
fissava da dietro la poltrona dove solo un attimo prima ero seduto. Rivolgendosi a me con parole strazianti
mi implorò di lenire le sue pene e mi porse un pettine di tartaruga con il
quale mi chiese di pettinarle i suoi lunghi capelli corvini, che le
scendevano sulla schiena. Pur con la paura negli occhi,
acconsentii e mentre la pettinavo, quella chioma mi dava una sensazione di
gelo, mi sembrava di maneggiare un fascio di serpi. Ella, intanto, sospirava,
inclinava il capo, sembrava felice. D’improvviso mi ringraziò, mi strappò
dalle mani il pettine e fuggì dalla porta che poco prima avevo notato
socchiusa. Qualche minuto dopo anche io, ripresomi
dallo spavento, galoppavo verso Rouen con i tre pacchetti di lettere nelle
tasche. Più tardi, nella mia stanza, stavo per credere che ciò che
avevo visto fosse solo una allucinazione, ma poi avvicinandomi alla finestra
i miei occhi si fissarono casualmente sul petto. Il dolman era pieno di
lunghi capelli femminili, che si erano arrotolati ai bottoni della mia
divisa. Ne rimasi profondamente sconvolto. Dopo non ricordo cosa feci, mi
precipitai fuori, dovevo sembrare un pazzo, la mia mente mi aveva abbandonato
e per giorni, credo di aver girovagato senza meta fino a quando non sono
giunto qui.” La conclusione
dell’inchiesta
Di Etienne Nadar se ne fece una ricerca ovunque, senza
trovare traccia del suo passaggio o del suo rifugio. Una perquisizione
minuziosa fu operata anche nel castello abbandonato di Camonge. Non si scoprì
nulla di sospetto. Nessun indizio rivelò che una donna vi fosse stata
nascosta o assassinata. Poiché l’inchiesta non dava alcun risultato, le
ricerche furono interrotte. Infine neppure del parroco della chiesa di Saint
Gelmin se ne seppe più nulla. La taverna della
Maison – d’Or
“Ti voglio raccontare una storia, amico.” “Ah sì e quale?” “Non ci crederai ma se non fosse tutto vero diresti che è
proprio assurda.” “E perché?” “Perché è incredibile, è uno scherzo del destino, ecco
perché.” “Ma dai, cosa dici!” “Allora ascolta…” “Un buon bicchiere di Armagnac, che ne dici, per
incominciare?” “Buona idea, alla tua salute.” “Ora,puoi iniziare, sono proprio curioso di ascoltare questa
storia.” “Qualche tempo fa, una sera
per la precisione, mi aggiravo nei pressi della taverna della Maison – d’Or, in rue Morgant.” “Ebbene?” “C’era un vecchio o così mi
era sembrato, camminava chino, come se portasse un peso sulle spalle,
qualcosa di troppo gravoso per lui, ad un tratto inciampò e dalla tasca del
mantello, che l’avvolgeva tutto, scivolò a terra un plico. L’uomo parve non
accorgersene, bestemmiò in malo modo e tirò dritto per la sua strada. Io gli corsi
dietro e gli porsi il pacchetto, delle lettere. Lui mi squadrò per un attimo,
prese il plico, se lo ficcò in tasca, e mi ringraziò con una moneta d’oro.
Non l’avesse mai fatto! Lo colpii più volte al ventre con il coltello. La
lama entrò senza fare alcuna resistenza, l’uomo si accasciò al suolo,
cercando disperatamente di aggrapparsi a me, ma io lo spinsi in giù
colpendolo ancora con altri fendenti. Poi rovistai nelle sue tasche e mi
presi la borsa con i soldi. Fu allora che tra le mani mi ritrovai questa” e
l’uomo mostrò al compare un foglio spiegazzato. “Cosa c’è scritto, io non so
leggere!” “Vuoi proprio saperlo?” “Certo, un altro bicchiere?” “Versa.” “E tu continua.” “Va bene! Su questo pezzo di
carta si racconta una strana storia. Io non so quanto di vero ci sia in essa
e anche se sono un assassino incallito, debbo confessarti che a leggerla mi
sono commosso assai, ascolta: «Tornando da un lungo viaggio il conte
di Nadar aveva conosciuto una fanciulla in casa dei conti d’Espissac, la
giovane era accompagnata dalla madre, la marchesa di Persant, donna anziana
nei cui riguardi la vita non era stata affatto benevola e generosa. Bella, giovanissima e fresca come una
rosa al primo mattino, Idil, questo era il nome della fanciulla, quando lo vide
se ne innamorò perdutamente. L’aria cupa, lo sguardo penetrante, gli occhi
neri come la notte e il sogno, le rubarono il cuore per sempre. Non aveva mai conosciuto l’amore,
ancora così giovane e casta d'altronde come poteva, gli unici uomini della
sua vita erano stati quelli della sua famiglia: il padre, un vecchio
gentiluomo di campagna con la testa altrove, passava intere giornate nel suo
studio a leggere e rileggere libri polverosi dai quali sperava di ricavare
chissà cosa; il fratello, giovane e bello, sempre perso dietro a qualche
gonnella con la madre, poverina, a rimediare i guasti della sua non troppo
nobile esuberanza o lo zio Alfred, un avaraccio, che li teneva in pugno per i
cordoni della borsa e che a poco a poco gli aveva portato via tutto. In quel momento, forse l’incanto del
ballo, la musica, le luci di mille candele, ma le sembrò proprio che la vita
le venisse incontro e la prendesse per mano, lei che non aveva avuto ancora
nulla, che aveva sognato soltanto, ora tutto stava accadendo davvero e solo
per lei. Sentì echeggiare il suo nome, una voce calda, profumata di gioventù,
le sussurrava Idil e come in un sogno ballò con lui quella sera, i giorni
successivi e tutti le dicevano di come era stata fortunata, di che uomo
meraviglioso era colui che si era innamorato di lei. I giorni passavano senza lasciare
traccia, scivolavano via semplicemente, e lei era sempre più rapita da quegli
occhi neri, da quella voce, che sapeva parlare al suo cuore di bambina, da
quelle mani d’artista, che la plasmavano come una statua di cera. Le nozze annunciate alla fine vennero e i due giovani sposi
dopo la cerimonia andarono a vivere nel castello di Camonge a pochi
chilometri da Rouen. Le stanze arredate come un tempo, le ampie vetrate alle
finestre, le scale tortuose e i gradini in pietra, le corti, i corridoi
lunghi e bui, le torri e il parco, grande, profumato di lillà e di alberi da
frutta, ora tutto questo era anche di Idil come il nuovo nome che portava con
amore e gratitudine.
Ma una sera la fanciulla, pallida, si ritrovò a vagare tra quelle
tenebre e cercava nell’incubo, che la opprimeva, un’improbabile via d’uscita
alla sua follia. Le stanze erano immerse in un buio profondo, silenzioso e
freddo e sembrava che ogni cosa fosse ritornata nell’ombra.
L’ampia vetrata della terrazza era a pochi passi, e lei come una
pallida ombra errava nella notte, la mano sfiorò la maniglia, una leggera
pressione delle dita, poi solo un ultimo movimento l’avrebbe separata dall’eternità
e dal buio.
Il braccio di Etienne l’avvolse nella sua presa possente e con infinita dolcezza la
ricondusse dentro. Il volto di Idil splendeva al raggio della luna, dormiva
beata, felice, in quell’abbraccio, che non era il suo. Ma Etienne non
poteva sottrarsi al destino, che da secoli segnava come una maledizione la
sua famiglia da quel lontano giorno in cui Gérôme Nadar trovò la cripta con
il segreto custodito nell’ampolla del vecchio monaco. Da allora ogni
primogenito la riceveva in custodia come il bene più prezioso e la usava per
espandere il potere e il dominio dei Nadar. Poche gocce di quell’essenza
preziosissima bastavano per incantare e plasmare chiunque al proprio volere,
ma solo l’amore e la dedizione di una fanciulla era in grado di rigenerare
l’essenza di quell’ampolla. Ogni cento anni il rito doveva compiersi ed ora
toccava ad Etienne. Il giuramento fatto al padre in punto di morte lo
condannava al sacrificio più terribile perché lui amava Idil, ma doveva
consegnare la sua giovane sposa all’abbraccio delle tenebre. E fu per amore
allora che scelse l’arte nobile della pittura come strumento per compiere
l’orribile disegno. Un giorno Idil sentì parlare dallo suo sposo del
desiderio di ritrarla in un dipinto e lei, obbediente per settimane,
docilmente, sedette nella buia sala, dove solo dall'alto la luce filtrava
sulla pallida tela. Etienne si
gloriava e si tormentava per la sua opera, che procedeva ora dopo ora, giorno
dopo giorno, e cercava di non vedere come la luce spettrale che cadeva in
quella stanza solitaria inaridisse la salute e l’animo della sua adorata
sposa. Nonostante ciò, Idil sorrideva sempre, senza un lamento, perché vedeva
che lui traeva da quel suo impegno sollievo al suo intimo dolore e giorno e
notte lavorava per ritrarre colei che tanto l'amava. Così di rado
Etienne alzava gli occhi dalla tela, fosse anche per guardare il volto di
Idil, perché sapeva che i colori che stendeva sulla tela erano tratti dalle
guance di colei che egli tanto amava. Quando pochissimo restava ancora da fare, lo spirito di lei
guizzò un’ultima volta, come la fiamma di una candela che si spegne. Per un
attimo Etienne restò rapito davanti all'opera compiuta; ma un attimo dopo,
mentre ancora la contemplava, tremò e impallidì e inorridito, esclamò:
"Questa è la Vita!" bruscamente si volse a guardare l'amata. Ella
giaceva languida ai suoi piedi, morta.». “Accidenti, è una storia che mette i brividi!” “Hai detto giusto, amico. io da quella sera non riesco più a
dormire, ho sempre davanti agli occhi quell’uomo che si aggrappa
disperatamente al mio braccio e mi fissa con un ghigno terribile stampato
sulle labbra.” “E tu cosa hai fatto, dopo?” “Cosa vuoi che abbia fatto, ho buttato via la borsa con i
soldi e me la sono data a gambe. Vuoi sapere come si chiamava quel tizio?” “Sì?” “Etienne Nadar, sì, così c’era impresso a fuoco sulla borsa
con i soldi!” “Vattene, vattene, non voglio più avere a che fare con te,
sparisci, sparisci!” “Ma che ti prende, ora!” “Ma non hai ancora capito con chi hai avuto a che fare,
disgraziato?” “No, chi?” “Quello che ti ossessiona tutte le notti è il suo ghigno, il
ghigno del diavolo, tu sei maledetto!” “Aiutami!” “Non voglio stare a sentirti neppure un minuto di più.” L’uomo si alzò
bruscamente, e senza neppure voltarsi indietro, infilò di corsa la porta
della taverna, sparendo nel buio della notte. Ó Franco D’Arco, 15 gennaio - 2 febbraio 2008
|
|