L’indomani
l’università, il solito corso di cui non ricordava più il nome, la solita gente
e una gran voglia di rivederla, di affondare gli occhi nel suo sguardo
smarrito.
I giorni
scivolavano via, di corsa, come fogli in un album di vecchie fotografie
ingiallite dal tempo, ma era la sua vita che andava via e neppure la musica, la
sua musica, riusciva a darle un senso. I pomeriggi, quasi immancabilmente, li
trascorreva a provare i nuovi pezzi con il suo gruppo ed era l’unica cosa che
gli piacesse ancora fare, che gli desse qualche emozione. Poi, dopo gli
arrangiamenti provati e riprovati tante volte, in quel fumo denso che
impregnava i muri, una boccata d’aria all’aperto e la serata incominciava, col
suo carosello notturno di birrerie, corse nella notte e scorribande nelle
discoteche lì attorno o sulla costa riminese.
Ogni volta lo
stesso rituale in un crescendo fino all’alba, quando si ritornava e ci si
abbandonava al sonno, un sonno senza sogni perché, in fondo, era questo che si
tentava di sfuggire.
Il pensiero di
lei l’accompagnava nei suoi giri notturni, sperava sempre di incontrarla da
qualche parte, di rivederla ancora una volta e di poter ascoltare la sua voce,
ma lei era svanita, nessuno ne sapeva nulla, nessuno l’aveva mai vista e
incominciava a credere di averla solo sognata. Doveva dimenticarla, tirarsela
via dalla mente e riprendere a vivere, suonare, scrivere canzoni, ritrovare
l’energia di un tempo e lasciarsi indietro il passato come aveva sempre fatto.
Gli amici avevano fiducia in lui e ora che tutto era pronto per il primo vero
concerto, non poteva abbandonarli per rincorrere un sogno.
Lo sapeva,
eppure, amava quel sogno, adorava quel profumo, i suoi capelli e voleva
ritrovarsi nel fondo dei suoi occhi, che lo portavano lontano in una verde
terra battuta dai venti e dalla musica.
Gli restava
un‘unica compagna, lui guidava nelle sue strade affollate o deserte, sapendo
che un giorno, lei gliela avrebbe riportata.
Avevano
suonato tutto il pomeriggio, ore e ore senza mai fermarsi, provando e
riprovando i pezzi del concerto, ormai mancava solo un giorno e quella era la
loro occasione, forse l’unica per chissà quant’altro tempo. Si sentiva stanco,
con la mente altrove, ma aveva fatto la sua parte fino in fondo come sempre,
cercando di tenere dentro, di nascondere il vuoto che l’opprimeva, ma aveva
bisogno di aria, del fresco della notte. Si avvicinò agli amici, che provavano
per l’ennesima volta l’amplificazione e li salutò. Loro ormai c’erano abituati
e lo lasciarono andare. Si sarebbero rivisti da qualche parte nella notte,
sicuramente.
Un vento freddo
batteva le vie del centro, pressoché deserte. Tutti dovevano essersi rintanati
in qualche luogo al caldo e in compagnia, fuori non c’era più nessuno, tranne
lui, ma non si sentiva solo, aveva la sua città come amica e lei lo guidava per
le sue strade, poi quel girovagare senza meta si arrestò davanti alla porta di
un locale, lo riconobbe, era il pub dal quale l’aveva vista uscire quella sera,
il Green Day. Entrò.
Sentiva di nuovo
il calore sulla pelle e gli occhi riprendersi dal freddo della notte, si guardò
attorno, ma lei non c’era. Non aveva voglia di sedersi ad un tavolo o di fare
nuove conoscenze e si diresse verso il banco, ordinandosi la solita birra.
Guardava distrattamente in giro, prestando scarsa attenzione al gruppo che
suonava vecchi pezzi dei Pogues e aveva quasi deciso di andarsene, quando la
vide entrare. I capelli le nascondevano il viso, ma era lei; si sedette ad un
tavolo d’angolo e si guardò intorno. Forse cercava qualcuno, pensò, ma proprio
in quell’istante lei lo fissò, lui se ne accorse, la vide spostare leggermente
la testa e scostarsi i capelli dal viso, sì, stava proprio guardando lui. Si
staccò dal bancone e andò verso di lei.
Lo vedeva
avvicinarsi, aprendosi un varco in quel muro di corpi, che si agitavano al
ritmo della musica, sembrava che non fosse sorpresa, che davvero aspettasse
proprio lui. Quando furono vicini, i suoi occhi brillavano, doveva essere il
fumo nella sala, probabilmente.
“Ti ho vista qui una sera, alcuni mesi fa, ma è stato…un
attimo e da allora non sono riuscito a dimenticarti. Sembrerà strano, lo so, ma
è così”.
Lei lo guardava
sorpresa, con un’aria impenetrabile, non un gesto, una parola. Sembrava
attratta da qualcosa in lui, forse un ricordo lontano, che cercava di
afferrare; poi un’ombra velò il suo sguardo, lui se ne accorse e pensò che il
suo tempo era scaduto, giunto alla fine, e dirle la verità non era servito a
nulla, lo vedeva nei suoi occhi, lo stava congedando. Eppure, era così bella e
lo faceva in un modo, che gli sarebbe stato impossibile dimenticare. Si fece
forza e cercando le ultime parole, aggiunse:
“ Stai aspettando sicuramente qualcuno e io ti sto solo
infastidendo, scusami, vado via, non voglio importunarti oltre”.
Lo disse in
fretta, sembrava scivolare sulle parole, fuggire da lì, essere altrove. Lei
l’osservava, il suo sguardo vagava sul volto di lui, cercando nei suoi occhi di
capire chi avesse di fronte, se uno dei tanti, che s’incontrano per caso o
qualcosa di più; ma le piaceva quel viso aperto, quel suo parlare sincero,
senza ambiguità e la sua voce, che vibrava sulle note della musica dei Pogues,
la sua preferita. Non poteva sbagliare, almeno quella volta, non voleva
sbagliare e lasciò che lui le parlasse ancora.
“ No, aspetta, non andare. Quando sono entrata, ti ho notato,
ma non riuscivo a ricordare dove ti avessi incontrato; poi, vedendoti avanzare
verso di me, ti ho rivisto sulla porta come quella sera e ho ricordato tutto.
Perché ti sei tirato indietro e mi hai lasciata passare? Dovevi trattenermi,
come ora, ma allora non hai neppure tentato”.
“Quando mi sono voltato per cercarti, eri già scomparsa e…”
Non riuscì a
finire che lei aggiunse: “Già, l’unica attenzione di quella sera e da parte di
uno sconosciuto, certo, non potevo dimenticarla, no, non potevo proprio”.
Lo disse con
tristezza, quasi come se volesse scacciare un brutto ricordo, poi passandosi la
mano sottile tra i capelli, li tirò indietro con un gesto grazioso del capo e
aggiunse:
“Siediti, non
rimanere in piedi. La senti la musica? È quella che amo. Quando l’ascolto,
dimentico tutto il resto e …sono felice. Ma non so ancora il tuo nome e tu non
sei più uno sconosciuto, però non voglio neppure provare ad indovinare, non
voglio rimanere delusa”.
“Andrea, un po’ lungo come nome, ma io mi ci trovo bene, non
mi occorre altro, semplicemente Andrea. Lo so, non ha niente di speciale, ma è
come me, spero di non averti deluso“.
Lo disse, in tono
disteso. Ancora una volta, proprio quando tutto sembrava perduto, finito, si
era aperto un varco e lui c’era passato, ora non gli sembrava più un sogno
mentre la guardava parlare e s’immergeva nelle sue parole, contento. Non
c’erano più ombre tra loro, non c’era più silenzio e tutto quello che li
circondava, era come svanito nella notte buia fuori dal loro mondo. Le parlò di
sé, della sua musica, del concerto che l’aspettava l’indomani e lei gli sorrideva,
attratta dalle sue parole in territori nuovi e sconosciuti, così distanti da
quelli a cui era abituata e le piaceva; finalmente aveva qualcuno da guardare
negli occhi senza timore, senza doversi nascondere o fingere.
Uscirono dal
locale e passeggiarono a lungo per le vie della città, non faceva più freddo,
il vento era svanito nella notte stellata e quando si lasciarono, si diedero
appuntamento al concerto della sera dopo.
La sala era
gremita di gente: una massa informe e giovane in movimento, che si animava ai
lampi di luce improvvisa, abbagliante, un unico corpo ondeggiante, senz’anima,
che trovava riparo nella musica sparata a ritmi altissimi. Lo scuotersi dei
corpi e delle membra erano fuori tempo nel delirio assordante di note crude e incalzanti,
che rimbalzavano tra spalle, capelli ondeggianti, t–shirt zuppe di sudore e
volti pitturati e urlanti nell’ennesimo rituale notturno e selvaggio, consumato
in fretta in quell’impasto d’alcol, frastuono e assenza di pensieri, una
miscela diabolica e inebriante pronta a consumarsi nella fiammata di una sera.
Andrea guardò per
un attimo quel mare in burrasca, ondeggiante ai suoi piedi, ma poi pensò solo
alla sua musica, al piacere che gli dava suonarla e farlo col suo gruppo e
attaccò il primo pezzo. Suoni secchi, elettrici come rasoi, che squarciavano
l’aria e tagliavano via la notte, duri quanto basta per non addolcire la
rabbia, lo scontento, che marciva dentro, era il loro suono inconfondibile, che
si animava e vibrava alla voce di Andrea, un punk rock sparato dagli strumenti,
metallico e scintillante. Le sue parole graffiavano i riff dai ritmi incalzanti
e seducevano la folla ondeggiante, ridestandone bagliori di lucidità. Lui lo
sentiva e scavava più a fondo nelle profondità della sua voce, nella
ricercatezza dei versi, nello splendore allucinato e sognante della sua
chitarra e della sua musica.
Il concerto stava
volgendo al termine. Le prime note dell’ultima canzone si levarono come un’onda
di trascinante elettricità e in quell’oceano di corpi, lui la vide, stretta nel
suo maglione verde come la prima sera, immobile, perduta in quella ragnatela
scura, che la soffocava e gliela portava via. Gli sfuggì il ritmo e anche la
musica adesso, la sentiva lontana, ma fu un attimo, un cedimento momentaneo, si
riprese e tirò dritto fino alla fine, sapendo che lei era lì e che l’aspettava.
Ricambiò appena il saluto della folla e scomparve dietro il palco, gli amici lo
seguirono dietro le quinte.
Il corridoio era
pieno di gente a caccia di curiosità e di autografi e lui, invece, aveva una
fretta matta di togliersi di lì al più presto. Gli si avvicinarono due tipi ben
vestiti, non dovevano certo far parte del pubblico del concerto, il più giovane
gli si presentò dicendo di essere uno dei dirigenti di una nota etichetta
discografica e che era sua intenzione di metterli sotto contratto perché la
loro musica l’aveva molto impressionato, anzi era disposto a produrre il loro
primo disco con tutto quello che avevano suonato la sera e al più presto. Andrea
lo lasciò parlare, poi scambiò un’occhiata con gli amici e disse:
“Sì, la cosa si può fare, però niente trucchi e piena
libertà! A noi interessa la nostra musica e vogliamo farla nel modo migliore.
Vendere, fare soldi è solo un mezzo per continuare a suonare e su questo ci
possiamo accordare. Se ci sta, quando vuole, noi siamo pronti”.
“A me va
bene, quello che ho sentito stasera, mi basta, sono sicuro che sarà un successo
e… possiamo fare un contratto vantaggioso per entrambi…” Andrea l’interruppe
bruscamente, si vedeva che aveva fretta e voleva andare via.
“Allora
d’accordo, la lascio ai miei amici, quello che decideranno, andrà bene anche a
me”. Salutò con un cenno della mano il gruppo e si allontanò lungo il
corridoio, scomparendo nell’aria fumosa e frenetica della sala.
La cercava con
gli occhi. Sapeva che Linda era lì da qualche parte, ma non riusciva a
distinguerla nell’agitarsi di corpi e suoni in cui era sprofondato. Di colpo le
spallate della gente che lo circondavano, non avevano più niente di
liberatorio, gli sembravano solo qualcosa di stupido, sgraziato, irritante. Si
sentì disorientato, solo, in quella marea di corpi che rifluiva nel torpore
evanescente della danza. Voleva essere fuori, finalmente libero di respirare
l’aria fresca della notte, ma non era possibile senza di lei. Poi qualcosa gli
sfiorò la spalla, ne riconobbe il profumo, si voltò e vide il suo sorriso
brillare al buio.
“Non riuscivo a trovarti e avevo paura che te ne fossi già
andato, portami via di qui, questo luogo senza la tua musica, non mi piace “.
Andrea l’attirò a
sé dolcemente, le scostò con la mano i capelli che le nascondevano gli occhi,
voleva guardarla, assicurarsi che non fosse solo una visione, e le rispose:
“Sì, andiamo via, qui non riesco neppure a sentire la tua
voce e mi piace tanto quando mi parli che fermerei tutto, pur di ascoltarti”.
Si tenevano
stretti l’uno all’altra lungo i viali alberati, e ognuno si abbandonava
dolcemente al piccolo mondo atteso e desiderato, che gli camminava accanto e lo
proteggeva dal freddo della notte e, in quel momento, avrebbero voluto che il
tempo si arrestasse solo per loro, che la vita non durasse una sera sola ma per
sempre. Avevano aspettato quell’attimo, l’avevano sognato ed ora che era
giunto, vi penetravano di sera, mentre la città la trascorreva dormendo per
nascondersi ai loro occhi. Una dolce foresta da scoprire ad ogni passo, ad ogni
incanto, una tenera notte, che li avrebbe accompagnati fino all’alba.
Nei giorni e nei
mesi successivi tutto acquistò l’aspetto delle cose rare e preziose, ogni
gesto, ogni evento era un’esperienza, un mondo nuovo da inventare e da provare
insieme e il tempo scivolò via, lasciando dietro di sé una scia luminosa, che,
forse, non sarebbe più apparsa.
Linda
l’accompagnava nelle prove e nelle esibizioni del gruppo e lui la portava in
giro per la città o nei mondi sospesi, che si aprivano ad ogni loro incontro,
ma in lei rimaneva qualcosa di inespresso, una sottile inquietudine, un velo
d’ombra, che nascondeva una parte di sé, del suo passato, forse un ricordo mai
del tutto cancellato e che a volte, riappariva nei suoi occhi scuri come un
lampo improvviso, un’emozione non del tutto placata. Andrea l’aveva notato, era
come un brivido freddo, che s’insinuava tra loro due rendendo tutto così
incerto, vulnerabile. All’inizio aveva cercato di capire, ma si era trovato di
fronte ad un muro invalicabile fatto di sensazioni sfuggenti e impalpabili e
presto aveva dovuto rinunciarvi, aspettando che fosse lei ad aprirsi, a
rivelarsi e poi, sperava sempre che le cose cambiassero e non ci fossero più
distanze tra loro.
In quel periodo
uscì l’album e fu un successo inatteso, che proiettò il gruppo ai vertici delle
classifiche e lo strappò da quel giro semiclandestino di locali underground,
che l’aveva visto nascere e che l’aveva sostenuto fino ad allora. In apparenza
non cambiò nulla, loro erano sempre gli stessi, ma il fascino ambiguo della
fama non poteva lasciarli indifferenti poiché la loro vita stava cambiando e
anche velocemente.
Intanto tra
Andrea e Linda, le cose andarono via via complicandosi. Incominciarono a
vedersi sempre di meno, lei non assisteva più alle prove e veniva di rado ai
concerti. Non era il suo ambiente, diceva, non riusciva a ritrovarsi, sembrava
attratta da altro e neppure la presenza di Andrea bastava a metterla a proprio
agio; lui lo vedeva nei suoi occhi distratti, forse, non provava più l’emozione
d’un tempo e la musica non bastava a colmare i vuoti, che si aprivano tra loro.
L’aveva capito e
per questo non aveva mai insistito, anzi, quante volte nei loro giri per la
città si erano fermati al Laguna Blu, al Piedra Del Sol, al Matis, al Kinky
dove mai si sarebbe sognato di entrare, ma piacevano a lei e, quindi, sarebbero
andati bene anche a lui e così era stato per tante altre cose all’inizio; poi
quello strano incantesimo fatto di mondi diversi, che riuscivano a capirsi e a
cambiarsi da qualche parte si era rotto e il silenzio era scivolato tra loro,
come una presenza sempre più insidiosa e scostante.
Il tempo non era
riuscito a ridurre le distanze, era servito solo a congedarli un po’ alla
volta. Il velo d’inquietudine, che brillava negli occhi di Linda e che li aveva
fatti incontrare, rendendoli per un attimo cosi simili, si era dileguato,
scoprendo le amare differenze e Andrea, ormai, aveva capito cosa l’aveva
attratto in lei, cosa era successo veramente quella sera al Green Day quando
l’aveva vista la prima volta; sì, ora lo sapeva, il dolore l’aveva resa ancora
più bella, le aveva tirato fuori il lato migliore, rendendola irresistibile ai
suoi occhi e lei aveva intravisto in quello sconosciuto la sua stessa
inquietudine e gli si era aggrappata per non cadere, lui l’aveva sostenuta, le
aveva ridato il sorriso e l’aveva perduta.
Non l’avrebbe mai
immaginato, eppure stava andando proprio così. Era sempre stato bravo a curare
gli altri dalla propria inquietudine, ma in quel momento non riusciva proprio a
sopportarlo, gli sembrava una maledizione che gli piombava addosso e, in fondo
alla via, ora vedeva soltanto una porta chiusa, niente più varchi, solo uno
spegnersi lento delle luci del mondo e la città, la sua città, ritornava ad
essere fredda e deserta come non mai.
Si vedevano sempre più di rado, lei portata
via dai nuovi impegni, dalle nuove amicizie e lui dalla musica, che lo spingeva
in giro per il paese e ogni volta che s’incontravano, si ritrovavano un po’ più
lontani, un po’ più estranei.
Linda non aveva
più lo sguardo dolce e smarrito di un tempo e non portava più neppure i
maglioni larghi e profumati di terre lontane, che le donavano quel senso di
grazia e di semplicità, che a lui piacevano tanto, no, li aveva messi via, ora
non sentiva più il bisogno di rifugiarsi in qualcosa di caldo e di morbido, non
sembrava più così fragile come in passato, ma sicura, controllata, a volte,
fredda e distaccata e lui, non riusciva proprio a capire in cosa avesse
sbagliato. Si sentiva come prigioniero di un passato ormai accantonato, messo
da parte nell’album dei ricordi, mentre la vita di lei scorreva altrove con
altri volti, altre scene e altre emozioni.
I riflessi
azzurrini ondeggiavano sulle ampie pareti decorate del locale, sembrava di
essere proiettati in uno di quei mondi di sogno, paradiso per turisti in cerca
di evasione; era il Laguna Blu, lì tutto gli parlava di lei, la musica dolce e
soffusa, i colori, i profumi che aleggiavano nell’aria, tutto la ricordava e
lui l’aspettava dopo notti insonni in un tour massacrante, che di musica, di
vera musica, non aveva quasi più niente. Era teso e non nella forma migliore,
come avrebbe voluto essere per lei, ma le occasioni d’incontrarla si erano
fatte così rare che mai avrebbe rinunciato ad un suo appuntamento, neppure se
era sveglio da tanto che non riusciva neanche a ricordarselo.
La vide arrivare.
Scivolava piano, tra i tavolini della sala, muovendo appena le spalle e i
lunghi capelli, che le incorniciavano il volto, gli sorrise e si accomodò di
fronte a lui.
“Sei stanco, da quando non riposi. Dovresti farlo, sai?”
Nonostante tutto,
era sempre lei, inconfondibile, le bastava un gesto, una parola e il buio della
notte svaniva nel chiarore dell’alba; ma non era sempre così e lui lo sapeva.
“No, ora che mi sei vicina, non lo sono più, dovresti
conoscermi”.
“È perché ti conosco che mi preoccupo, lo sai? Parto e non
voglio lasciarti così. Credimi, ho cercato di entrare nella tua vita e
all’inizio è stato anche bello, ma non è la mia e non ci possiamo fare nulla,
non poteva durare”.
Lo disse con
tristezza, anche lei l’aveva creduto possibile, ma non era bastato. Passata la
notte, l’incanto si era spento alle prime luci dell’alba e tutto, ora, finiva
con un addio.
“ Allora hai veramente deciso, te ne vai, ci rivedremo
qualche volta? “
“Tutte le volte che tornerò qui e tu sarai in città, quello
che c’è stato tra noi, nessuno può togliercelo e non possiamo dimenticarlo
perché è una parte di noi, che ha cambiato la nostra vita”.
Mentre parlava,
lo guardava e le brillavano gli occhi come la prima sera al Green Day, forse,
per l’ultima volta.
Linda era ormai
andata via da tempo e lui si ritrovò in strada in una città che non gli
sembrava più amica. Si guardò la mano, seguendo con gli occhi quella linea sottile
che si spezzava in un punto, l’aveva vista tante volte, ma ora che ne conosceva
il volto, si sentì davvero giunto alla fine.
La penombra della
casa avvolgeva ogni oggetto, ogni cosa, ma Andrea non aveva bisogno della luce
per trovare la sua chitarra. La prese, l’accarezzò dolcemente e la musica, la
sua musica, si levò tesa e struggente, come doveva essere per l’ultima canzone,
quella che non avrebbe voluto mai scrivere: ”Amo il silenzio, / che separa le
parole / non quello che vien dopo, / che m’accompagna per le vie della città. /
La mente vaga su ogni cosa, / ma si ferma su un solo pensiero. / Non so dove
andare / questa sera nel buio / e non so dove trovarti “.
Quando la musica
finì, guardò per qualche secondo ancora la sua vecchia Fender, ne ascoltò il
suono un’ultima volta, poi andò via.
25 novembre – 23 dicembre 1998
Il racconto finisce come inizia:
lei scompare,
lui prende congedo dalla sua musica,
dalla poesia e va via,
ma questa volta,
non può più cercarla,
tutto quello che poteva essere,
è già accaduto.