Danielle
 

 

 

 

 

 

 

 


     Si guardò allo specchio, ancora una linea di trucco, un colpetto alla gonna, poi sarebbe stata pronta. Fece un passo indietro, si chinò leggermente su un lato e vide le belle gambe ondeggiare sotto la mini cortissima. Si passò una mano tra i capelli vaporosi, per ravvivarli, li sentì morbidi, fluttuare nell’aria e respirò con fatica. Era stanca. La sua esile figura campeggiava di là nello specchio, invitante e bella. Ne era sempre stata orgogliosa, ma rivederla non le diede alcuna sicurezza. Spense la luce e uscì.

   Fuori l’aria era fresca e umida. L’auto partì subito, scivolando silenziosa lungo le vie poco affollate di traffico. La sera invadeva i viali alberati, le viuzze laterali del lungomare e tutto il movimento si concentrava lì, in un continuo flusso di auto che andavano incontro alla notte da trascorrere in uno dei locali della riviera.

     La mano sul volante lo sfiorava appena, impalpabile come la notte che avanzava lenta in quelle luci fosforescenti che le inghiottivano lo sguardo, a volte abbagliandola, a volte nascondendosi quasi alla sua vista. L’auto filava nel poco traffico della sera, rapida come le canzoni, che calavano sempre uguali, erano quelle preferite, da sempre ascoltate, ma ora le davano quasi fastidio, disagio. Cercò di non pensarci, di lasciarsi guidare dalla musica, di guardare avanti, di arrivare presto.

     Una volta quel tratto di lungomare lo percorreva felice, era l’unico spazio che la separava dal suo mondo, il luccicante mondo della notte, che l’ingoiava ogni sera per farla poi riemergere la mattina dopo rinfrancata e sicura, pronta ad affrontare la solita vita di sempre.

     Guardò nello specchietto retrovisore e vide solo i suoi occhi leggermente arrossati, persi in quel fluttuare di luci.

     In quel momento pensò agli amici. Li vedeva pressati nell’atmosfera vellutata e irreale, che per tante sere l’aveva accolta, corteggiandola e proteggendola e non riusciva neppure a ricordare i loro volti, tutti così uguali, chiusi negli stessi abiti, odori, umori. Ogni tanto qualcuno spariva, ma subito c’era chi ne prendeva il posto e tutto tornava uguale a prima, come sempre.

     Forse era questo che l’aveva spinta a uscire da quel mondo perfetto, che la stava soffocando. Voleva una vita propria e sapeva che lì non l’avrebbe mai avuta. Ma era sensato? Si sforzava di valutare ogni aspetto per non sbagliare ancora una volta. Quello che era stato il suo mondo fino ad allora non l’aveva mai tradita, delusa, lo sapeva e sapeva anche che non le sarebbe mai mancato nulla, avrebbe sempre avuto tutto alla sua portata, come nella bella casa dove abitava con genitori così accomodanti e discreti. Allora perché rinunciarvi e che avrebbero detto gli amici? Sicuramente non avrebbero capito, ma soprattutto non avrebbero approvato.

     Le ritornarono in mente le parole di Anna Chiara, l’amica di sempre, quando qualche giorno prima, parlando come al solito di ragazzi, se ne era uscita, dicendo:

“Secondo me, non hai bisogno di uno così. Sì, sarà simpatico, carino, ma per te ci vuole un altro, magari qualcuno di più leggero, quello non fa per te ”.

E lei le aveva risposto, quasi scusandosi: “Ma lui mi ama”.

“E cosa te ne fai? Sono solo guai. È un capriccio, dammi retta. Hai tanti ragazzi che ti vengono dietro, al momento giusto te ne prendi uno a modo, e fai quello che vuoi, senza fastidi, questa è la vita”.

     Già, la vita, ma lei ne voleva un’altra. Ricordava la prima volta che l’aveva visto, che si erano conosciuti, l’estate scorsa.

     Fuori l’aria era tiepida, mossa appena da un filo di brezza e dal profumo di eucalipto e menta che traspirava dal giardino notturno. Attraversò la striscia di ghiaia bianca che la separava dal prato e la luce dei faretti indirizzati al locale. Camminò sull’erba, guardando altri fasci luminosi che qua e là facevano emergere dal buio un albero o un gruppo di arbusti e sentì di non essere contenta. I tacchi sottili le affondavano a ogni passo sull’erba umida e elastica, poi si fermò, e un fascio di luna la rivelò pallida e vestita di chiaro.

     A tre metri dietro di lei, con le mani in tasca, gli occhi scuri che brillavano c’era lui. Aveva uno strano sorriso sulle labbra, come di chi aveva già capito tutto, senza bisogno di chiedere e la guardava. Per un attimo si sentì smarrita, senza protezione alcuna, ma fu solo il cedimento di un istante. Le venne vicino e disse:

“Si annoiava là dentro?” Indicando con un gesto vago l’edificio illuminato alle sue spalle.

“No”, disse lei, con una voce appena percepibile.

“No, non le sembravano tutti così uguali, così inutili?”

     Mosse un passo verso di lei. Danielle lo seguì mezzo metro alla sua destra. Lui riprese a parlarle. La sua era una voce calda, inconfondibile, e lei cercò di legarsi alle sue parole, di scivolarvi dentro e farsi condurre da lui. Camminarono fianco a fianco oltre un alberello di mimosa illuminato da un faretto sul limitare del prato. Più in là si sentiva solo il mormorio del mare con le sue onde lunghe e tranquille. Poi lui si girò verso di lei, cercò di distinguerla nel buio che li avvolgeva.

     Lei si fermò, e un fascio di luce la rivelò: bionda e pallida e vestita di verde. Si guardarono per due o tre secondi, sospesi a così breve distanza; ma in piena luce. Lei ricordava solo quel “Ci vediamo domani”, poi il cenno rapido della suo mano e lui che scompariva di nuovo inghiottito dal buio, mentre lei ritornava lenta sui suoi passi, dentro, dagli amici, dalla solita compagnia.

     Una leggera foschia calava silenziosa sull’asfalto umido e lei si rivedeva accanto a lui, camminare per vie assolate e piene di gente. Le parlava di cose mai udite, strane, di posti che non aveva mai visto. Poi si ritrovava seduta, all’aperto, sotto il portico di una piazza antica e fascinosa dai colori bruciati del tramonto e dell’alba e stava bene accanto a lui. Mangiavano alla buona qualcosa di gustoso nel rumore della gente, che passava, nella confusione delle lingue cariche di umori e colori strani e diversi. Quella era la vita che l’attendeva, la vita che sognava, non distante, lontano da dove era, ma diversa, sconosciuta, ogni volta da trovare insieme.

     Lui l’amava, l’aveva amata sin dalla prima volta, gli era bastato uno sguardo per capire, lei, invece, un po’ di più. All’inizio le sembrava una cosa strana, un tipo così le dava alla testa, la lasciava sbalordita, senza parole e più si vedevano, più era presa di lui, poi aveva cominciato a volergli bene sul serio, come non aveva mai fatto prima, forse era la prima volta che davvero amava qualcuno.

     Di storie ne aveva avute molte, ma quella era diversa, inconfondibilmente diversa. Gli altri, tutti gli altri, erano sempre così prevedibili, scontati, in mente avevano solo una cosa, qualcuno più esperto, sapeva anche incartarla meglio, ma quando giungeva il momento in cui era veramente contenta, proprio allora finiva tutto, allungavano le mani e cercavano d’incassare.

    Con lui non sarebbe mai successo, lui l’amava. L’aveva cercata a lungo, come si cerca il proprio sogno messo da parte e poi, un giorno lo si vede spuntare tra la gente, proprio quando si è perduta ogni speranza.  Lei era quel sogno, il suo crepuscolo, per questo non sarebbe mai accaduto.

     Guardava avanti, il buio della notte l’avvolgeva e la foschia si era fatta più fitta, a tratti illuminata da irreali bagliori fosforescenti, che segnavano la via, sembravano squarci nella notte, fantasmi che l’attiravano sinistri, quasi ne vedeva il pallore languido dei volti. Si sentiva male, un male da morire, che le cresceva dentro, silenzioso, tetro e le girava attorno, come quelle luci rossastre sulla via. Si sforzava di concentrarsi sulla strada, ma la striscia bianca svaniva continuamente inghiottita dalle folate di nebbia che attraversava e una nostalgia struggente s’impadronì di lei, intensa, lancinante.

     Si rivide al centro della pista, sotto i fasci di luce, che l’avvolgevano, insieme ai suoi amici. Ballava trasportata dalla musica, con tutti gli sguardi addosso, ancora una volta sicura della sua bellezza e poi sola, segretamente sola in un vuoto spettrale, che l’avvolgeva tutta.

     Si ritrasse con orrore, spaventata, ora sapeva cosa fare, capiva di non poter rinunciare a quell’immagine bella e invidiata, che tutti desideravano. La sua vita era quella, perché cercarne un’altra?

     Nel piazzale la nebbia era più chiara sotto i lampioni. Lui era lì, appoggiato con le spalle alla moto, l’attendeva. L’auto avanzò lenta, ma non si fermò. Il bel volto di lei rimase immobile al di là del vetro, irrigidito in uno sguardo assente, neppure un gesto, un cenno di riconoscimento, di addio, nulla.

     Il cellulare squillò due, tre volte, era lui che la chiamava, poi tacque. Lei alzò appena un po’ il volume dello stereo e si lasciò condurre dalla musica, aveva fretta di arrivare presto.

 

29 - 31 ottobre 2000

Franco D’Arco

Ritorno