Non c’era mai stato a Ravenna, ma era come se la conoscesse già, in fondo, quella strada non era diversa dalle altre di Rimini e gli sembrava quasi di essere lì, anche la piazza la ricordava un po’.

     Non aveva fame, ma per bere aveva bisogno di mettere qualcosa nello stomaco, così si adagiò in bar della piazza e si ordinò la birra migliore che avevano, i ragazzi lo imitarono.  

     Appena fuori città in un campo verde, li attendeva Santa Apollinare in Classe, uno di quei gioielli che nella strana luce del tramonto gli riservò un fascino del tutto particolare. La facciata romanica in mattoni grezzi semi nascosta dal porticato nulla faceva presagire di ciò che nascondeva all’interno. Dentro, un tempo completamente rivestito di marmo bianco, era ora completamente spoglio, rimanevano dell’antico splendore solo le tre navate e i mosaici dell’altare maggiore e della cupola che sormontava l’abside. 

     Ad ogni passo, gli sembrava di scivolare in un sogno, cullato da quel chiarore che si colorava al contatto dei marmi delle colonne e risplendeva sul fondo opale dei mosaici. Era uno strano gioco di luci tenui e soffuse, che rimbalzavano sulla delicata sontuosità di quei marmi orientali un tempo splendenti sotto il sole di Palmira o d’Antiochia. Il rosa pallido delle eleganti e sottili nervature, la finezza dell’intaglio, tutto richiamava l’antica bellezza di quella raffinata civiltà inghiottita dal deserto, perduta come un sogno che mai può ritornare sui propri passi e lui, invece, vi era tornato, attratto dal fascino di un ricordo antico, sepolto per anni nelle sabbie della memoria e che per incanto si era ridestato e lo aveva spinto fin là.

     La sera in albergo la solita stupidità dei ragazzi, che da sempre si accompagna ai sotterfugi, alle cose fatte a forza e fatte male in uno scialo di occasioni e la passeggiata per godersi il respiro notturno del mare, la sua fragranza, la sabbia sottile che entra nelle scarpe e ti porta via, come le stelle piantate in cielo a segnare la via, a marcare un ricordo d’altri tempi, d’altre spiagge, presto però sommersa dalla frenesia di combinare qualcosa, qualunque cosa, pur di esserci, di sentirsi vivi e non inutili. Una delusione scontata e pagata con una notte quasi insonne, l’ennesima, su e giù per le scale a tamponare clienti e albergatori infastiditi e arrabbiati, mentre loro, i ragazzi, buttavano via quel po’ di buono che avevano accumulato dentro senza neppure farci caso.

     Il giorno dopo la gita sul delta del Po in una grigia giornata ventosa, l’unica sensazione piacevole nel solcare quei canali limacciosi circondati dai canneti era assistere al placido spettacolo della natura, che si parava davanti con il grande fiume che incontra il mare e vi si adagia lento, quasi come un dormiente alla fine del suo viaggio. 

     Rammentava i versi di Dante, e le belle immagini amate in gioventù ora erano lì tra quei flutti, che si spegnevano nella quiete evanescente del giorno, nei volti dei ragazzi su cui affiorava la stanchezza, a tratti la noia, la voglia di essere altrove, mentre invece erano ostaggi di quella barca, che scivolava sul fiume nella confusione di turisti a caccia di foto per dire un giorno di essere stati lì. Tutto inutile, sprecato, quando invece sarebbe bastato così poco per cogliere la bellezza, che si nascondeva allo sguardo.

     Gli stretti canali di Comacchio, i suoi campielli sospesi tra il rosso e il bianco dei suoi ponticelli, somigliavano molto a certe calli di Venezia e loro vi passavano sopra vociando, una frotta di ragazzi sballottati di qua e di là prima di giungere finalmente alla meta desiderata, all’albergo dove attendevano di rifarsi per quello che non gli era riuscito la sera prima.

     Sulla strada del ritorno, invece, un’ultima sosta prima di lasciare Ravenna all’Abbazia di Pomposa del VI - VII secolo d. C. con la chiesa, il campanile, il refettorio e il suo chiostro ben conservato e lì l’incontro con l’altra comitiva di ragazzi ospiti dell’albergo, una scolaresca della provincia di Torino, qualche ragazza carina, per il resto nulla d’interessante, ma la gita sarebbe scivolata via senza contatti se non si decideva lui a fare qualcosa per ridurre le distanze tra loro. Bastò avvicinare qualcuna, dire due parole delle sue e se li ritrovò tutti intorno a scherzare e ridere. Il gioco era fatto, la via aperta, ora toccava ai suoi fare il resto e loro ne approfittarono.

     La sera, per evitare ulteriori fastidi in albergo e per mantenere una promessa fatta in precedenza, li portò a Cervia, che con Rimini e Riccione è una delle perle dell’Adriatico. Sicuramente sul lungomare avrebbe trovato il posto giusto dove far vivere gli ultimi fuochi di quella gita un po’ monotona e grigia, che solo lui poteva tentare ormai di rendere indimenticabile. Ci voleva un locale, uno di quelli a cui loro erano stati abituati dalle sue storie, un Pub dove riunirsi al riparo dal freddo della sera e far rivivere, anche solo per un attimo, l’atmosfera della festa.

     All’altezza della rotonda di Via D’Annunzio, sgranato il gruppo e rimasto con i “fedelissimi”, alla fine trovò il posto adatto. Dalle vetrate, che facevano da veranda all’ingresso, si vedeva che era pieno di gente intenta a consumare la serata e a divertirsi: una fauna multicolore pronta a scaricare la propria tensione di lì a poco in qualche discoteca della riviera. Mandò dentro il Gae per accertarsi delle disponibilità. Il ragazzo ritornò poco dopo abbastanza sconsolato perché non c’erano posti a sufficienza, forse uno o due tavoli e con una strana storia di un gruppo di quaranta, che il locale attendeva, era una fortuna insperata, non ci pensò su un attimo, entrò e spacciandosi per quella comitiva, come per incanto i tavoli uscirono per tutti. A lui bastò dire che erano in anticipo e che gli altri fuori si sarebbero accomodati in seguito perché tutto filasse giusto.

     Le ragazze del locale presero le ordinazioni e si diedero da fare per servili al meglio, mentre l’essere lì in quell’ambiente di luci soffuse, che coloravano la notte sulle note dal vivo di ritmi estivi, dava ai ragazzi la sensazione di essere usciti dal guscio solito della loro esistenza, delle loro modeste abitudini e di penetrare per un istante in quell’atmosfera magica, fuori dal mondo, che gli era stata solo raccontata.

     Mentre scorrevano le bibite, la profumata Leffe, i gelati, la macedonia, la conversazione scivolava amabilmente, finalmente al riparo dal disagio sempre in agguato, con le Vero che si rimbalzavano le canzoni e i ricordi e i ragazzi, messo da parte il solito atteggiamento, che giravano al meglio di sé, così perfino la coca rovesciata sul tavolo diventava motivo per non dimenticare quella sera a Cervia, perché loro erano lì a godersi la festa, gli amici restituiti dalla magia del luogo quando, invece, fuori, gli altri non sapevano cosa fare, come divertirsi.

     In albergo, più tardi, i soliti giochini, le solite tresche imberbi, ma l’accordo fatto con i ragazzi più o meno resse, anche se gli costò un’altra notte insonne, ma stavolta era stanco di fare da spettatore, non l’aveva mai fatto in vita sua, perché farlo proprio ora e quindi volle essere parte del gioco o almeno di quello che più gli interessava e poiché la notte l’avrebbe passata su e giù per le scale, tra una sigaretta e l’altra, meglio trascorrerla in buona compagnia, scherzandoci su con quelli che non se la sarebbero presa e forse avrebbero capito.

     Il giorno dopo erano a Ferrara. Ritornava in quella città dopo vent’anni, quanto tempo era passato da allora e com’era cambiata la sua vita, ora la vedeva scorrere sulla pelle di quei ragazzi ancora così immacolata, pronta ad aprirsi, ad andare verso ogni dove pur di esserci, di non rimanere rintanata nella propria solitudine, nel proprio disagio.

     Ricordava il giorno di febbraio in cui era arrivato lì dopo chilometri e chilometri di paesaggio quasi invisibile, i magri filari di pioppi ad argine e le collinette, dune nel mare della pianura spoglia sul finire dell’inverno, un po’ come ciò che rivedeva in quel momento dai finestrini del pullman, che avanzava lento sull’autostrada sgombra di traffico.

     Era arrivato in città quasi sul far della sera con l’alibi di un concorso e non ci mise niente a trovare l’albergo, uno di quelli di fronte la stazione. Scaricò la borsa a sacco e si diresse verso il centro per Viale IV Novembre e poi Viale Cavour. Da lontano scorgeva la grandiosa costruzione del Castello Estense con le quattro torri angolari, che si ergevano sotto un pallido cielo all’imbrunire. Quando vi fu davanti, un quarto d’ora dopo, percorse un tratto dell’ampio fossato profondo due metri e mezzo e si diresse verso il Duomo. Era tardi per entrarvi e si limitò ad osservare la mirabile facciata romanico gotica, tripartita da tre ordini di logge.

     Il flusso di traffico, il via vai della gente, che rientrava da una giornata di lavoro, e i ragazzi e le ragazze davanti ai bar gli ispiravano una certa invidia per vivere lì in una città così più tranquilla e ordinata di quelle a cui era abituato, era un malessere sottile, che lui conosceva bene e per non pensarci, s’incamminò sotto i portici, girovagando per il centro, lungo la vecchia via Saraceno e l’antico Ghetto ebraico.

     Poi i negozianti cominciarono a spegnere le vetrine e tirare giù le serrande una dopo l’altra, e le luci si ridussero, e le persone lungo i marciapiedi sparirono verso le loro case e la nebbia diventò più densa e triste.

     Tornò indietro ed entrò in un bar dalle ampie vetrate di fronte al Duomo, il Nazionale, poi mentre stava per ordinare una birra, vide una ragazza che arrivava in compagnia di un gruppo di giovani.  

     Uno di loro le aprì la porta a vetri, lo stesso che stava facendo ridere lei e gli altri del gruppetto ed era tutto preso nel suo ruolo e nei suoi sorrisi e ammiccamenti. Lei lo ascoltava e rideva e girava la testa in modo elegante e naturale, gli stava di fianco, non alta, ma bella dai capelli lunghi e scuri, curati e morbidi. Stretta in quel gruppetto di tre o quattro imbecilli traboccanti di aggettivi, li ascoltava e sorrideva, timida e lusingata, ma sempre con un fondo leggero d’incertezza o d’imbarazzo. Lo vide solo quando fu a pochi passi da lui, uno sguardo e via, poi prima di sparire nel locale, si girò ancora per un attimo. 

     Finì la sua birra e uscì senza voltarsi. Faceva freddo e si sentiva solo in quella città tranquilla e deserta, che non era la sua. Al Teatro comunale più tardi, davano “La vita è sogno” di Calderon, un bell’allestimento di una delle compagnie d’avanguardia dell’epoca, “Il gruppo della Rocca”, vi si diresse.

     Dentro era già pieno di gente, vestita elegante e tirata a lucido per la serata di gala, si sentiva un po’ fuori luogo in quel posto così borghese, ma in fondo era lì solo per lo spettacolo e si diresse verso i palchi di terza fila dove aveva preso posto.

     Durante l’intervallo scese nel ampio salone del buffet, un modo per sentirsi meno solo e lì la rivide, non era più in compagnia del gruppetto di prima, ora accanto a lei c’era una signora alta e distinta in abito da sera, che le parlava amabilmente, indicandole e presentandole persone nella sala, lei lasciava fare, accondiscendendo con il capo e accennando a qualche sorriso di circostanza, ma non ne era divertita. Lui si avvicinò e calcando appena sulle parole le disse: “Come va?”  

Lei rimase leggermente sorpresa, poi capì e subito gli rispose: “Giusto te cercavo, perché non ti sei fatto vivo prima?” E senza dargli la possibilità di rispondere, aggiunse: “Zia, faccio un giro con lui, è un mio amico, ci vediamo in sala più tardi” – e lo trascinò via.

“Fai sempre così con le ragazze, quando le vuoi conoscere?”

“No, è la prima volta”. Rispose lui, poi sorridendole: “Se vuoi me ne vado, l’ho fatto solo perché mi sembrava che lo volessi anche tu, ma forse non sono il tipo giusto”.

“Ma dai, che dici, certo non hai l’abito adatto per la serata, ma per il resto, mi sembra che puoi andare. Contento?”

“Direi di sì e il gruppetto con cui stavi prima, li hai seminati?”

“Già quelli! Cosa vuoi farci, neanch’io ho molta scelta o loro o il salotto buono di mia zia. Ma tu piuttosto, cosa ci fai in un posto così?”

     Lui la guardò un attimo, era proprio carina in quell’abito da sera scuro, che la fasciava tutta, con i capelli elegantemente tirati su e in due parole le spiegò perché si trovava lì e a Ferrara. Lei l’ascoltava, oscillando ogni tanto il capo da un lato o lasciandosi andare ad un sorriso su una sua battuta, poi quasi a fermare una sensazione piacevole, disse:

“Sei un tipo strano”.

“E tu, non dici mai di no”.

“Non ne ho bisogno”. Poi, cercando nella borsetta una penna e un foglietto di carta, vi scrisse qualcosa e salutandolo, aggiunse:

“Non mi scomparire” e si avviò verso la sala in tempo per la ripresa dello spettacolo.

      Lui aprì il biglietto, c’era un numero di telefono, un indirizzo e il suo nome, sotto, più in grande, “Chiamami domani nel pomeriggio”, lo ripiegò e se lo mise in tasca. 

      Mentre la guida descriveva la città, inoltrandosi per la via del Ghetto ebraico con le vetrine dei negozi e la gente che affollava la strada, ricordava un altro giorno macchiato di sole a sprazzi come quello. Lei gli camminava sottobraccio e gli parlava sorridendo e lui la faceva divertire scherzando proprio su quelle medesime vetrine, ma poi si era arrestato davanti ai nomi sul muro della Sinagoga, una rapida scorsa e l’aveva guardata e lei gli aveva chiesto perché, perché si era fermato proprio lì e lui:

“Così, se non era per questo, ora non sarei qui a parlarti e a farti ridere”.

“Che vuoi dire, non capisco”.

“È una storia lunga e anche un po’ triste e volevo vedere i luoghi, provare l’emozione di esserci”:

“Allora vieni, ti porterò lì dove tutto incominciò”.

     Il Corso Ercole d’Este era come l’aveva descritto Bassani nel suo romanzo: la strada acciottolata fiancheggiata dagli olmi, che facevano ombra alle eleganti palazzine cinquecentesche del Rossetti e sulla destra il parco Massari, il giardino dei Finzi - Contini.

     Camminavano lungo gli stretti vialetti, che fiancheggiavano le aiuole e i prati, circondati da felci, ortiche e sterpi spinosi e nella parte più nascosta, oltre agli olmi e ai tigli secolari, spiccavano sette palme del deserto, separate dal resto della vegetazione, querce, lecci, platani e con attorno un bel tratto di prato. Il silenzio era completo, intatto, e loro passeggiavano immergendosi nel cuore di quel giardino ancora assopito dal torpore dell’inverno, dove solo la fragranza umida del legno, impregnava l’aria di vivo.

     Quella sera stessa lei l’aveva invitato ad una festa, che davano dei suoi amici in una villa dalle parti di Palazzo Pareschi, non lontano dalle mura degli Angeli. Ci arrivò a piedi, scendendo lungo il Corso della Giovecca. La villa era nascosta da un muro di cinta, al citofono bastò fare il nome di lei e la serratura automatica del cancello scattò. Dentro un prato verde ben curato e odoroso di fresco, s’avviò per il sentiero di ghiaia lasciandosi condurre dalla musica che proveniva dal fondo del giardino. 

     La casa era un ibrido moderno, indubbiamente di cattivo gusto, ma non ci fece eccessivo caso ed entrò. Tutti erano già lì. Cento, duecento, di più, in una sauna, un caldo, un vapore, sommerso da un cicaleccio e un abbraccio continui.

     Per le sale e le stanze dell’ampio piano terreno, ovunque la stessa scena: una fauna colorata ai limiti dello sballo, ammiccante e godereccia: “Hai visto la mia bella?” Poi una biondona altissima, che cigolava: “Vieni qua, vieni qua!” “Che c’è, ma che ci stai?” E ancora: “Ma va là!” “Aspetta, aspetta dove vai?” Quelli, gli scampoli di conversazione colti al volo, mentre si faceva largo tra i mucchi di gente, che ingombravano il passaggio. Era difficile distinguere qualcosa nell’atmosfera spessa e fumosa, che aleggiava sulle teste e intorno, con la musica a tratti assordante e le luci basse e colorate. L’unica cosa da fare in questi casi era rimediarsi un cocktail, possibilmente una buona birra ghiacciata e aspettare.

     Si appoggiò ad una parete vicina all’ampia vetrata della sala, che dava sul giardino, guardandosi intorno di tanto in tanto e attese. La vide affiorare da quel gorgo limaccioso di visi, le spalle scoperte e il suo sorriso, che spiccavano nella luce indiretta, quando le fu vicino, lo salutò poggiandogli la mano sulla spalla:

“Ciao, ci hai messo un po’ ad arrivare, pensavo che non venissi più”.

Lui ricambiò, ammiccando con le labbra, poi attirandola a sé, le disse:

“Non mi va quest’aria di ressa e di sballo, che circola qui, ti porterei fuori in giardino, ma a quest’ora vestita così, prenderesti freddo”.

     Lei lo lasciò parlare ancora per un po’, abbassando gli occhi di tanto in tanto e dalle labbra schiuse lasciava scorgere il candido intatto dei denti. A lui la certezza della sua profumata presenza gli dava la sensazione di cose buone non mischiate, allora tirò fuori ciò che gli stava prendendo fuoco in una delle tasche del giubbotto. Lei guardò il pacchetto, la carta lucida finemente colorata dell’involucro, guardò lui, bella e sincera e imbarazzata come doveva apparirgli agli occhi di lui. E in quell’angolo accanto alla vetrata, a pochi passi dall’impazzare della festa, fu certo per la prima volta di non esserle indifferente: “Questo è per te”, disse piano, porgendole la confezione.

     Le dita gentili di lei aprirono la carta senza romperla, e da quella sfilarono i due doni: la cartelletta che custodiva i fogli minuti con la sua scrittura e una pregevole e rara edizione del romanzo di Bassani.

Lei sollevò gli occhi, lo fissò sorpresa per un attimo, poi guardandolo, disse: “Grazie, ma vuol dire che te ne vai, solo stasera e non ci conosciamo neanche”.

     Lo disse dispiaciuta, appoggiando una mano sul suo braccio, poi alzando il capo, decisa, aggiunse: “Vieni, togliamoci da questa folla” e lo condusse verso le scale che conducevano al piano superiore, stringendo a sé i piccoli regali che lui le aveva portato.

     Anche lì c’era gente stravaccata sugli scalini e per terra, seguiva una lunga fila di camere, per lo più aperte e in subbuglio. Lei tirò fuori una chiave minuscola e aprì una porta di una stanza d’angolo e lo fece entrare. Dentro i rumori della festa sparirono e nel pallore della notte chiara si lasciarono cullare da quel desiderio leggero e fragrante, che sin dall’inizio li aveva conquistati.

     Ritornando al Nazionale il pomeriggio prima della partenza e vedendo le ragazze gustarsi il gelato, ne ricordò un’altra, una mattina di tanti anni prima. Lei gli era di fronte e gustava un gelato simile a quello che ora assaporavano Veronica e Valentina, stessi gesti, ma una vita fa e poi lei che gli disse solo, prima di andare via:

“Non mi scomparire”.

 

22 aprile – 25 aprile 2001

Franco D’Arco

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