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Ti prendo e ti porto via   

 

 

 

 

 

 

     Quegli occhi che ai bagliori del fuoco brillavano scuri li ricordo ancora, ora che è passato tanto tempo e quella voglia di vivere che c’era chissà dov’è. Non era speciale, ma lo voleva essere tanto e per me lo è stata. Si guardava intorno, le sue amiche, distanti, parlavano e scherzavano, ma non facevano nulla per coinvolgerla, per farla sentire meno sola. Tutto stava finendo in quell’insensibilità senza paragone, non poteva crederci, ma era così, messa da parte, come un qualcosa che non serviva più, solo un impaccio ai loro giochi di ragazzine.

     Avrebbe voluto piangere dalla rabbia, ma l’orgoglio non glielo permetteva, non poteva andare avanti così, qualcosa doveva pur accadere, pensava o voleva crederci soltanto.

     Non so dove sia ora e se quello che cercava con tanto accanimento e a volte con disperazione, l’ha trovato davvero, forse è ancora per strada, lei che non amava andare in giro e che odiava la notte, il buio.

     Era come una piccola stella senza cielo o un angelo che passa correndo, attraversa la luce improvvisa e ad ogni fermata cadeva piangendo, sì era proprio così, un piccolo angelo in cerca di luce, inguaribilmente.

     Così la conobbi un giorno e fu quasi una maledizione, meglio sarebbe stato non averla mai incontrata, mai giocato a fare sul serio, a provare la vita e poi bruciarmi coi suoi occhi, che non ho mai avuto per me.

     E mentre spariva nel buio, uno scontento di cui non sapevo, qualcosa che tornava indietro dall’adolescenza come una forma di gelosia da festa delle medie, s’apriva un varco nei ricordi e non facevo niente per provare a tirarla indietro.

***

     La città era sempre la stessa, chissà poi perché ci tornavo l’estate, forse mi piaceva quella mancanza di materia, che faceva apprezzare l’azzurro rarefatto a cui non contrasta da terra nessun altro colore deciso, ma se mai qualche tinta tenue e spenta che lontanamente può specchiarlo.

     Il lido con lo chalet era a mezza strada dal promontorio che si allungava sul mare, sottile e piatto come ogni cosa che vi era intorno, in punta il vecchio faro, quasi solo una lanterna, ma a me piaceva quel suo senso d’antico, di cosa superata o messa da parte.

     Gli amici erano tutti lì, l’unico a venire da fuori ero io ed era bello ritrovarsi quei pochi giorni l’anno in riva al mare. Ricordo che c’erano delle ragazze nuove quell’estate, erano molto giovani e qualcuna davvero carina, per il resto niente di speciale o forse sì. Marco e Andrea si erano tagliati i capelli e avevano riacquistato di nuovo gli anni che avevano, già. Tony e gli altri invece erano sempre gli stessi, ma con loro non c’era molta confidenza e quindi li salutai appena.

     Mi chiesero le ultime novità come se fossi io a doverle dare e non loro, li guardai un po’ sorpreso, ma poi mi lasciai andare e raccontai quello che mi era capitato durante l’anno, cercando di non dimenticare nulla o quasi. Loro mi guardavano attenti, a tratti affascinati dalle mie parole, che sapevano vestire con cura anche cose modeste, ma poi mi stancai e lasciai perdere. 

     “Cosa vuoi che ti racconti” mi disse Marco quando gli chiesi cosa avevano fatto di buono in tutto quel tempo “Qui non succede mai niente, ma proprio niente. Si vive un po’ quando viene l’estate e arrivate voi forestieri, altrimenti c’è solo la noia e il vuoto”.

“Dai, non essere così drastico, in fondo è un bel posto e si vive tranquilli” gli risposi io.

“Proprio, hai detto giusto, si vive talmente tranquilli, che tutti noi abbiamo fatto la muffa”.

“Non si vede, sai, sotto questa bell’abbronzatura. Scommetto che hai fatto colpo su qualcuna”:

“Due o tre per la verità”.

“Solo?”

“Beh, siamo ancora agli inizi, dammi tempo”.

***

     Le ragazze si godevano il sole e i ragazzi ci provavano o semplicemente stavano a guardarle aspettando l’occasione giusta. Tutto come me l’ero immaginato, come sempre e faceva già molto caldo. In riva spirava una leggera brezza di vento e c’errano due ragazze stese su un telo colorato, parlavano tra loro a bassa voce, quasi sussurravano e ogni tanto sorridevano, dovevano essere molto giovani, anche se non ne davano l’impressione. Gli passai accanto e mi sentii arrivare una manciata di sabbia sulla gamba, una delle due l’aveva sollevata con il piede.

“Scusa, non volevo” mi disse divertita.

Mi voltai, la guardai un istante per capire se era per caso o l’aveva fatto apposta, non l’ho mai saputo, poi e le risposi sorridendo: “È la prima volta?”

“Cosa?” fece lei, sorpresa.

“Che venite qua, intendo, non vi ho mai viste in passato”.

“Ah, sì, è la prima volta”.

Mi avvicinai di più e sedendomi accanto a loro, dissi: ”Posso?”

“Certo, ma non andavi a mare?”

“Per quello c’è tempo, ma se vuoi mandarmi via, non è un problema”.

“No, no, era solo così per dire” fece lei abbassando gli occhi, leggermente imbarazzata.

“Venite da lontano?”

“Un po’”.

“Fai la misteriosa, ti piace, vero?”

“E a te?”

“Abbastanza” e guardandola con più attenzione, mi resi conto che era davvero carina con quei lunghi capelli che le si scioglievano sulle spalle, biondi, vaporosi, ma si vedeva che non erano naturali, come la dolcezza di quel viso che non ci metteva niente a prenderti e graffiarti la sua voglia nell’animo, l’altra invece lasciava fare, silenziosa, e ogni tanto si scostava una ciocca di capelli ribelli dagli occhi scuri, profondi, forse la cosa più bella in lei “E tu? ”aggiunsi.

“Sì!”

“Sei di qui?” Mi chiese con uno di quei sorrisi da incanto, eppure, ricordo che avrei voluto parlare solo con l’altra, quella che mi guardava restando in disparte, attendendo forse il suo momento o che mi accorgessi di lei e le rivolgessi la parola, ma era difficile fermare quel fiume in piena dell’amica, che occupava ogni spazio e poi era indubbiamente bella e all’inizio non hai molto tempo per pensare e si finisce per seguire l’onda del momento e io mi lasciavo condurre da quegli occhi, da quella voce, non pensavo ad altro, non volevo altro, solo godermi quel momento.

“No, vengo anch’io da fuori, sono qui solo per vacanza, ma ci torno volentieri ogni anno”.

“E com’è questo posto, ci si diverte?”

“O per quello non vi preoccupate, c’è solo l’imbarazzo della scelta” e le guardai un po’ ironico.

“Ma dai, non fraintendere, era così per dire!”

“No, faccio sul serio, qui davvero c’è un po’ di tutto. Ma voi cosa volete fare?”

“Ci stai provando?”

Mi scappò di sorridere e lei me ne chiese il motivo.

”È buffo, sai!” le risposi.

“Cosa?” mi domandò, sorpresa.

“È che non sono il tipo, eppure ci sto provando e la cosa non mi dispiace affatto, anzi e ci rimarrei male se tutto finisce qui”. 

Lei mi guardò con quell’aria furba che aveva, scambiò un’occhiata con l’amica e poi mi disse: ”Andiamo a fare il bagno?”

“Sì, buona idea, proprio una gran bell’idea” aggiunsi io.   

***

     Quella sera, era di sabato, andammo tutti in spiaggia, e lì avrei voluto guardare solo lei, gli occhi che ai bagliori del fuoco brillavano scuri, e anche lei, se proprio non avevo confuso tutto, ogni tanto mi guardava.

     L’aria era fresca e tutti noi, raccolti attorno al falò, ci lasciavamo andare per una sera a quei soliti scherzi, che si fanno in riva al mare sotto la luna ed era bello guardare i volti degli amici, le ragazze appena conosciute, che si ravvivavano ai bagliori della fiamma, che saliva su in alto e spariva nel buio della notte.

    Poi, Tony s’era messo ad intonare con la chitarra una canzone e mi aveva chiesto se la conoscevo: io gli avevo fatto di sì con la testa, e quando i primi accordi erano saliti vibrando intorno al fuoco, l’avevo cantata come mai l’avevo fatta, osando cercare a ogni attacco di strofa, là dove le parole addolciscono le carezze, il viso di lei che piano piano brillava. La canzone parlava di una ragazza, e in un verso il canto diceva che c’era qualcuno lì per lei, qualcuno che era arrivato fin lì pronto a volerle bene.

     La vedevo muovere il capo, seguire la voce e i suoi occhi ai bagliori del fuoco, brillavano e io mi ci perdevo dentro, volendo non smettere mai di cantare quella canzone per non sciupare l’attimo, che me l’aveva resa così vicina. Mi guardava e mi sorrideva, scostando di tanto in tanto una ciocca di capelli, che la brezza le portava sugli occhi e ogni volta che lo faceva mi distraevo e rischiavo di perdere il ritmo, di scivolare fuori tono, ma poi mi riprendevo subito e continuai, così, fino alla fine.

     Tony posò la chitarra, accese lo stereo e tutto cambiò di colpo, una musica martellante riempì l’aria, era giunto il momento di scatenarsi, la canzone era servita per scaldare, come diceva lui, l’atmosfera, ora si faceva sul serio, si ballava, ma a me non andava e mi allontanai di qualche passo dal gruppo.

     Guardavo le onde sciogliersi morbide sulla spiaggia umida e fissavo il mare là dove si confondeva con l’orizzonte, ancora qualche giorno e poi tutto sarebbe finito, e la vita di sempre avrebbe ripreso il suo corso, già, fino alla prossima estate, ma poi mi sentii toccare la spalla, mi voltai e la vidi.

Lei mi era vicino e mi sorrideva: “Canti bene, sai, era proprio una bella canzone” disse.

“Se non fosse stato per Tony con la sua mania di fare colpo sulle ragazze, non c’avrei mai pensato”, poi la guardai, avvicinandomi ancora di più e aggiunsi “No, non è vero, l’ho cantata solo per te e di Tony, degli altri, non m’importa niente, non m’è mai importato”.

     Lei rimase per un po’ in silenzio, smovendo con il piede la sabbia soffice e umida, poi sollevando il capo e puntandomi gli occhi contro, disse:   

“Era davvero per me, non mi prendi in giro?”

“Sì, era per te, solo per te”.

“Credevo che ti piacesse Nico, non pensavo proprio”.

“Nico, no, è una bella ragazza, certo, chi non la noterebbe, ma non m’interessa, non è il tipo che può sorprendermi, con lei è sempre tutto così prevedibile, scontato, no, quando impari a capire le persone, per lo più ti diventano indifferenti e io voglio sorprendermi quando sto con qualcuno, altrimenti preferisco lasciar perdere, non provarci neppure”.

“Ma sulla spiaggia, la prima volta, quando ci siamo conosciuti, parlavi solo con lei, guardavi solo lei. Non era così e allora?”

“No, non era così, c’eri tu, e questo importava, ma stavi scostata, lasciavi fare a lei e io non volevo perderti e se quello era il modo per prenderti, l’ho fatto. All’inizio non c’è mai troppo da scegliere e non bisogna sciupare quello che ti viene incontro per caso, dopo hai sempre tempo per rimediare. Non è così?”

“Sì!”mi disse, guardandomi con i suoi grandi occhi scuri e poi aggiunse “Perché c’hai messo tanto tempo, dopo?”

“Perché credevo che ti piacesse Tony”.

“E cosa te lo faceva pensare?”

“Lo guardavi in un modo e io me ne accorgo sai, sono cose che difficilmente mi sfuggono”.

“Allora perché stasera hai cantato quella canzone?”

“Bisogna provarci, non credi, e poi non mi andava che un tipo come lui sciupasse tutto così, ecco perché, anzi, se vuoi proprio saperlo è che non posso fare a meno di te e se vado via, so che sarebbe tutto davvero finito, ecco perché”.

     Angie mi guardò con gli occhi che le luccicavano. Non c’era più bisogno di dire nulla e mentre gli altri ballavano sulla spiaggia intorno al falò, io la baciai, accarezzandole il viso tra le mani.   

***

     Un leggero vento di brezza le sollevava i capelli sulla fronte, lei li scostava a tratti. Camminavamo vicini, seguendo la linea del mare, che si perdeva verso il promontorio. Gli altri erano tutti al Vertigo a ballare fino all’alba, quella era l’ultima sera e bisognava divertirsi fino alla fine. Noi, invece, ce ne stavamo lì sulla spiaggia, forse li avremmo raggiunti più tardi, ma non andò così. 

“Ora ti sembra bello, ma è solo l’estate, la vacanza al mare”. Mi disse, guardandomi con quell’aria complice, che a volte metteva su quando voleva darsi un tono o farmi capire qualcosa, che considerava importante. 

“No, non è così, è che con te mi trovo bene”.

“Sì, può darsi, ma poi, finita la vacanza, quando non saremo più così vicini, sarà un’altra cosa. Tu ritornerai alla tua solita vita e io, noi rimarremo qui e saremo solo un piacevole ricordo o lo svago per quando tu ritorni una volta all’anno finché ci verrai”.

     La guardai triste. In quel momento mi resi conto che tutto quello che mi era stato detto di lei, doveva essere vero, fino ad allora non avevo voluto crederci, forse volevo sperare che quella storia andasse diversamente, invece, stava finendo proprio nel modo peggiore e lei cercava solo di tirarsi via senza troppo dolore, come se la colpa di tutto fosse mia e le risposi:

”Perché vuoi ferirmi invece di dire la verità?”

“Cosa? L’ho detta la verità, questo è ciò che sono per te, un’evasione, ammettilo se hai coraggio!”

     La fissai negli occhi e mi domandai come era possibile continuare a mentire così, era bastato un attimo e lei con quelle guance da bambina aveva fatto come le altre, anzi, era stata più sfacciata di loro e per una volta era stata davvero brava.

”No” le dissi “La verità è un’altra, è che non ti piaccio o non abbastanza come Tony, questa è la verità e tu mi hai usato per arrivare a lui. Di’ che non è vero, di’ che non è stato tutto solo un gioco e io, stupido, che ci sono pure cascato, avanti, dillo!”

     Rimase in silenzio, guardando di lato, non se la sentiva d’incrociare i miei occhi, ma poi si fece forza e sollevando appena il capo con un filo di voce, disse:

“Speravo che tu non lo venissi a sapere, che partendo mi portassi via come mi avevi conosciuto. Con te volevo ricominciare a vivere, lo volevo davvero, ma i miei occhi non me l’hanno permesso, vedono solo lui. Lo so, un giorno pagherò per tutti questa mia malattia che ci posso fare, ma tu non trasformarmi in un ricordo, in un qualcosa di amaro da spingere giù in fondo, non lo sopporterei”.

     Le lacrime le scendevano copiose giù per le guance da bambina, cercava di trattenerle, non ci riusciva e non sapeva dove nasconderle, allora le tirava via con il palmo delle mani e non aveva il coraggio di guardarmi. Le strinsi quelle piccole mani, l’attirai a me, non volevo dire nulla, ma la rabbia era del tutto scomparsa e in quel momento volevo solo che lei non piangesse più per me, solo quello.

***

     La luce morente della sera circondava ogni cosa e il profumo di tigli confuso al rosa dei peschi era ovunque.

      La vidi da lontano, era lei, ma vestiva in modo diverso da come ricordavo. Non portava più i jeans e quelle magliette fantasiose tutte ricamate e pizzi, indossava un cappottino nero, elegante, e calzava scarpe dai tacchi alti e per quel po’ che la vidi mi parve sicura di sé. Guardava avanti e forse non si accorse che stavo lì. Solo i suoi capelli erano i soliti, ondulati e leggermente ricci, che le ricadevano sulle spalle.

     Camminava dall’altro lato della strada, e dal portico di fronte mi venne incontro, mi chiamò e vidi lo stupore degli occhi, delle labbra. Sentii che le sfuggiva il mio nome.

“Ciao” disse in un sorriso morbido e indeciso.

E come se fossi tornato al tempo delle medie anch’io le risposi “Ciao”.

Lei mi guardò e in quel momento pensai ai suoi occhi scuri e a come potevano essere ancora così luminosi, poi si avvicinò, sfiorandomi, e mi disse:

“Come stai?”.

“Bene, tu piuttosto?”

“Anch’io”.

     In quel piccolo locale riparato sotto i portici, proprio in fondo alla sala con gli specchi e le piante e le luci tutte intorno, lei sorseggiava una cioccolata calda e mi parlava di sé, del lavoro e delle varie cose fatte o viste, ma sentivo che non c’era calore in quello che mi diceva e a tratti affiorava un qualcosa d’indistinto, forse il rimpianto per ciò che poteva essere e non era stato. 

     Intanto si era sbottonata il suo cappottino nero e vedevo che al collo aveva una collana turchese di piccole pietre diseguali, che la illuminano e avrei voluto chiederle di lei, di Tony e di ciò che era avvenuto dopo, ma non lo feci e dissi solo:

“Poi l’hai trovato quello che cercavi?”

Mi guardò triste e abbassando gli occhi scrollando il capo, disse: “No” e aggiunse “Ci sei poi tornato lì?”

“Da quell’estate non più”.

“E che fai adesso?”

“Tiro avanti come vedi, ma la voglia di allora non c’è più”:

Lei posò la mano, la sua piccola mano sulla mia e non disse nulla, tutto quello che volevo sapere era nei suoi occhi, che brillavano scuri.

Mi avvicinai di più e le dissi: “Una di queste volte ti prendo e ti porto via”.

“Davvero lo faresti?”

“Davvero”.

 

26 luglio – 28 agosto 2001

Franco D’Arco

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